Vai al contenuto
"In Waves" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"In Waves" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 31m AnimazioneRomanceDramma

L'opera prima di Phuong Mai Nguyen trasforma il graphic novel di AJ Dungo in un melodramma animato che sa stare leggero sulla morte, forte sull'amore. Un teen movie che cresce.

di Alessio Valtolina ·

In Waves arriva come apertura della Semaine de la Critique a Cannes 2026, e francamente non è una casualità. È l’ennesima prova che l’animazione francese, quando vuole, sa dire cose che il live-action fatica a toccare — e lo fa con uno stile che tiene conto della forma tanto quanto della sostanza.

Il film è la prima regia lunga di Phuong Mai Nguyen ed è tratto dal graphic novel omonimo di AJ Dungo, illustratore e surfer il quale ha costruito questo fumetto a partire da una storia vera e traumatica: una storia di amore adolescenziale spezzato dalla malattia. Los Angeles, una spiaggia. AJ e Kristen si incontrano, lui ama lo skateboard e il disegno, lei il surf. Si innamorano. Poi lei si ammala, e quello che potrebbe essere un melodramma strappalacrime diventa qualcos’altro: una riflessione sulla pienezza della vita, sulle passioni, sulla morte che non annulla quello che è stato.

Qui sta il punto. In Waves non vuole essere (solo) un melodramma — e questa scelta di tono è la cosa più delicata e importante del film. Potrebbe essere facile spacciare per profondità il semplice dolore, ma Nguyen tiene la mano: la storia non scende negli abissi dell’ipermelodramma. Rimane legata all’energia dell’adolescenza, a quel senso di pienezza che, paradossalmente, cresce anche davanti alla consapevolezza che le cose finiscono. È un approccio che ricorda film come Un ponte per Terabithia, che riescono a parare il colpo emotivo trasformandolo in qualcosa di più resistente.

Dal fumetto all’animazione: il mezzo conta

La sfida di Nguyen era evidente: rispettare le tavole di Dungo — che sono bellissime, monocromatiche, con quelle onde disegnate con linee quasi intarsiate — senza farsi schiacciare dal suo peso. La scelta è stata quella di aprire lo spazio: composizioni meno geometriche, character design più dettagliato, e soprattutto un mix intelligente di 2D e 3D, usato con parsimonia (non dilaga mai). Il fumetto guadagna volume, il dinamismo cambia pelle pur mantenendo la sua natura grafica.

L’approccio è impressionistico — quella salsa digitale ibrida che ormai permea il cinema d’animazione serio da ogni parte del mondo, dagli USA al Giappone. Viene a mancare il fascino ipnotico delle tavole bianche e nere, quella linearità quasi intarsiana. Ma è un sacrificio ragionevole. Avrebbe potuto funzionare diversamente (lo stile monocromatico alla La mort n’existe pas), ma avrebbe spostato il progetto verso altri lidi estetici e commerciali. Qui Nguyen sceglie l’accessibilità mantenendo l’autorialità. Non è un compromesso: è una soluzione.

Cosa funziona davvero

Il film sorregge il suo peso tematico con lo stile. Non c’è ridondanza, non c’è fotorealismo superfluo. La regia tiene conto del fatto che stai guardando disegni, e non prova a nasconderlo. Quando il fumetto di Dungo si trasforma in animazione, rimane leggibile, rimane se stesso. E la storia — nonostante il tema pesante — mantiene una luminosità che la salva dal diventare autoparodia del dramma.

I personaggi rimangono credibili perché la sceneggiatura (Fanny Burdino e Samuel Doux) sa dosare: non tutto è tragedia, non tutto è nostalgia. C’è spazio per il ridere insieme, per le passioni condivise, per il senso di comunità fra gli amici. Rio Vega e Lyna Khoudri danno voce ai protagonisti con una semplicità che non stonata, non costruita. Funziona.

Il contesto Cannes e il cinema d’animazione

Non è marginale che In Waves apra la Semaine de la Critique di Cannes 2026. Dice qualcosa sulla posizione dell’animazione europea sul Palais — non più marginale, ma centrale, purché arrivi dall’Europa continentale (con rara eccezione). E dice soprattutto che l’industria francese dell’animazione, anche in questo terzo anno di massiccia presenza cannnese, produce ancora opere che meritano attenzione. Non per protezionismo, ma perché In Waves è un film che sa cosa vuole fare e lo fa con rigore.

L’unica perplessità

L’opera è coraggiosa, ma il rischio — per chi conosce il fumetto — è che la trasposizione suoni inevitabilmente più illustrativa. Il graphic novel mantiene una brutalità quasi astratta grazie alla linea pura, alla scelta del bianco e nero. L’animazione, per quanto sobria, aggiunge calore, dettaglio, umanità: tutto bene, ma la forza astratta del disegno puro se ne va. Non è un difetto, è una mutazione. Se ami il fumetto come fumetto, qui troverai un fratello rispettoso, non un’equivalenza.

Dove e come vederlo

In Waves esce al cinema il 1° luglio 2026. Non è una uscita da weekend commerciale: è un film che merita lo schermo grande, la sala, il silenzio. L’animazione è fatta per questo, la storia è fatta per questo. Se cerchi un film che parli di morte, amore, skateboard e surf senza drammatizzare, se cerchi uno sguardo nuovo su come l’adolescenza affronta l’impossibile, fiondati in sala.

Pregi

  • Stile grafico pulito e impressionistico, equilibrio perfetto tra 2D e 3D
  • Trama che affronta malattia e lutto senza cadere nel melodramma lacrimevole
  • Costruisce un'energia positiva intorno alle passioni giovanili (surf, skate, disegno)

Difetti

  • Perde il fascino monocromatico del fumetto originale nella trasposizione
  • Potrebbe sentirsi scontato per chi conosce bene la graphic novel
4.0 su 5

Verdetto

Un'opera prima che non tradisce il suo fumetto. Anzi: lo espande con grazia, trasformando una storia di amore e dolore in un inno alla pienezza della vita adolescenziale. Al cinema merita.