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"Clara" — Recensione

Recensione

"Clara" — Recensione

3.5 su 5
2026 1h 34m Dramma

Il secondo film di Marta Bergman affronta una tragedia vera con rigore documentarista e uno sguardo morale che non scappa. Colpa, legge e innocenza in una notte di Belgrado che cambia tutto.

di Alessio Valtolina ·

Marta Bergman ha uno sguardo che non ama le certezze comode. Dopo il primo lungometraggio, Sola al mio matrimonio, dove entrava nella vita disordinata di una giovane rom come una documentarista che sa stare nei dettagli, qui compie un passo più grande e più rischioso: trasporta quella esperienza documentaristica (lo stare dentro le pieghe vere, il non giudicare a priori) dentro una trama che nasce da una tragica cronaca vera, quella che scosse la Belgica e che continua a pesare come una pietra sulla coscienza europea.

Clara comincia con un’apertura quasi onirica. Dentro a una tenda — sì, una tenda, non una camera da letto, un salotto, un’intimità domestica che diamo per scontata — una giovane famiglia siriana vive un momento di tenerezza: Adam, Sara e la piccola Clara. Il film ti mette dentro quel respiro familiare, quel calore che ancora esiste nonostante la fuga, nonostante la guerra alle spalle. Non è sentimentale, ma è teneramente umano. Poi la telecamera allarga, e capisci che quella tenda è una di centinaia in una tendopoli belga, un margine di città florido che però non ha posto per loro. Devono raggiungere l’Inghilterra. Un furgone li porterà verso quella che dovrebbe essere la libertà. Ma la polizia è alle calcagna dei trafficanti, e in una notte concitata — quella notte che il film trasforma in elemento narrativo vero, in arredo scenografico dello stato d’animo — tutto si decide.

Quello che accade è una tragedia vera, e il film non la nasconde. Ma Bergman fa una scelta formale molto precisa: non ti mette dalla parte delle vittime, non ti dà il conforto della chiarezza morale. Invece ti cala dentro lo stato d’animo di Redouane, il poliziotto da cui partì lo sparo che rese tragica quella notte. È una scelta difficile, quasi controcorrente rispetto a quello che ci aspetteremmo da un film “di impegno civile”. Ma è proprio qui che il film si rivela più intelligente dei suoi stessi intenti.

Redouane diventa il centro gravitazionale di una ricerca sulla colpa che non ha scampo. Bergman lo filma nei primi piani stretti, la macchina da presa lo pedina, lo incalza, anticipando quasi le sue reazioni come se dovesse catturare quel velo di pietà che aleggia sulla vicenda — pietà per lui, pietà per i morti, pietà per un’Europa impreparata a gestire questi scenari nonostante il tempo passato. La colpa di Redouane non si risolve con un processo (qualche mese di detenzione fu la sua condanna). Non si risolve con la retorica morale delle autorità che provano ad addolcire, se non a nascondere la responsabilità. Il film lo sa, e non scappa dalla contraddizione: Redouane è sia colpevole che vittima di un sistema che tratta innocenti e responsabili con la stessa legge, con la stessa distanza.

È qui che Clara entra in quella famiglia di film che hanno il coraggio di inchiodare i responsabili alle loro colpe — da Green border (il capolavoro di Garrone sui migranti alla frontiera polacca) a Tori e Lokita (il film dei Dardenne sullo sfruttamento). Film che ancora ci servono perché raccontano mondi dove c’è molto di sbagliato, e il cinema non può fare altro che continuare a raccontarlo con onestà formale.

Ma qui arriviamo al punto delicato. Il film lavora su un doppio piano narrativo — i sentimenti familiari intimi di Redouane e la tensione del thriller civile, la denuncia della distanza tra morale e legge — e non sempre questo doppio piano trova un vero equilibrio. A tratti il film galleggia in mezzo, incalzando i volti senza lasciarli respirare, mantenendo uno stato di tensione che però non si risolve in vera catarsi. E forse questo è voluto: il vuoto morale che il film descrive diventa il vuoto della soluzione narrativa stessa. La colpa di Redouane resta sospesa, non redenta, non purificata. Non c’è salvezza. C’è solo l’angoscia di sapere che non ci sarà.

È una scelta formale rigida, quasi gretta, ma è anche quello che rende il film importante. Non ti perdona, non ti dà il conforto di una risoluzione. Bergman guarda dentro le pieghe della cronaca con la stessa dignità documentaristica che avrebbe usato in un reportage, rifiuta ogni opposizione frontale tra le parti, penetra i fatti con un rigore stilistico che non abbandona nemmeno nei momenti più teneramente familiari. È un cinema che denuncia, che racconta responsabilità diffusa, che sa che l’Europa è impreparata e forse sarà sempre impreparata.

Tirando le somme: Clara non è un film che ti consola. È un film che ti fa stare dentro l’angoscia, che capisce da quale parte dei confini guardiamo il mondo e che non ha fretta di insegnarti le risposte. È bravo così. Serve così.

Pregi

  • Rigore stilistico e formale: primo piano stretto, macchina da presa che incalza i volti senza lasciar respiro
  • Coraggio narrativo: racconta il trauma dalla parte di chi spara, non solo da quella delle vittime
  • Eredità documentaristica della regista cala il tutto in un realismo che non idealizza né mitizza la tragedia

Difetti

  • La tensione tra sentimenti intimi e thriller civile non sempre trova equilibrio — a tratti il film galleggia senza risolvere la contraddizione
  • Il vuoto morale che il film descrive rischia di diventare il vuoto stesso della sua soluzione narrativa: la colpa resta sospesa senza vera catarsi
3.5 su 5

Verdetto

Bergman non scappa dalla complessità. Un film che ti lascia dentro l'angoscia e non ti perdona — è bravo così, e serve; ma non è catartico.