Kantemir Balagov è un regista che non ti fa tornare a casa. Dopo le viscerali ansie di Tesnota e l’autunno malinconico di La ragazza d’autunno, ecco Butterfly Jam: un film che sembra rinunciare consapevolmente all’urgenza per abbracciare la vaghezza. Non è uno scivolone — è una scelta consapevole, e funziona in modo quasi coraggioso.
Il film racconta un padre e un figlio nella comunità dei Circassi di Newark, New Jersey. Azik è il padre, un cuoco che prepara marmellate e cucina da dio dentro un ristorante gestito dalla sorella Zalya, incinta e più madre che sorella per lui. Suo figlio Pythe è sedicenne, lottatore, amore giovanile per una ragazza nera del suo team, e soprattutto — il primo a capire che il padre è fragile. Molto fragile. La struttura temporale è elegantemente sfalsata: apriamo con Pythe che va a cercare la prefica per piangere il padre morto, poi scaviamo all’indietro in flashback nel corpo vivo di una famiglia che resiste alla modernità obsoleta usando l’unico strumento che ha: i sentimenti non detti.
Qui arriviamo al cuore di quello che Balagov sta facendo. Ha scelto di trasferire la storia dalla Russia al New Jersey non per esotismo, ma perché la guerra l’ha costretto a cercare rifugio altrove — e ha trovato, in quella ricerca, una comunità diasporica che rispecchia perfettamente il suo sguardo. Il New Jersey circasso non è il New Jersey di mean streets, non ha la tentacolarità familiare di James Gray, non è neanche il realismo sucido di cui parleremmo su un film americano. È una sorta di vaghezza onirica che ricorda piuttosto il New Jersey di Lav Diaz in Batang West Side — uno spazio dove la geografia non importa, quello che importa è la disperata appartenenza di chi non appartiene veramente.
Barry Keoghan come Azik è una scoperta straordinaria. Non è il Keoghan brillante e tagliente di altre parti: è pura energia fisica messa in scena con una dolcezza di spirito irrefrenabile, un animo disadattato e irrequieto come fosse un Harvey Keitel rimasto adolescente per sempre. Cucina, canta, guarda il figlio con una tenerezza che non sa come esprimere perché non sa nemmeno come viverla. È un uomo che non ha mai davvero scelto di crescere, e il film non lo giudica per questo — lo guarda con la poesia malinconica che solo un regista consapevole della propria emigrazione può riservare a un uomo così fragile.
L’intensità delle relazioni in Butterfly Jam non esplode mai davvero. Non è uno stile difetto, è uno stile. Balagov sommuove lo spirito piuttosto che agitarlo. Il fenicottero rosa che Azik trova come per miracolo e porta a casa per Zalya è la spennelata di poesia su quel mondo — ma il regista è troppo solido per farne un simbolo dominante. È solo una delle tracce sulla quale costruisce la tessitura drammatica. Ogni azione arriva da una pura logica sentimentale dei personaggi: Azik ha voglia di scegliere il nome della bimba che Zalya porta in grembo, e lei lo rigetta non per crudeltà ma per amore, perché sa che suo fratello non è pronto per quella responsabilità. Marat (Harry Melling, magnificamente spiazzato sempre) entra e esce dalla storia con la forza flebile di chi porta un destino che cambierà le prospettive di tutti.
La fotografia è consapevolmente porosa: colori caldi ma dolci, scorci d’interno che sembrano dipinti ottocenteschi russi, una sensazione visiva di romanticismo traslato in un presente tanto fuori tempo che crei nostalgia per un’epoca non tua. L’impasto è più blando rispetto ai film precedenti di Balagov — e se cerchi l’impatto concreto e quasi fisico delle sue opere precedenti, lo troverai meno acuto qui. Ma è una morbidezza consapevole, non un’attenuazione. Butterfly Jam non vuole la violenza dello sguardo; vuole la discrezione del ricordo.
Ciò che sorprende di più è come Balagov sia riuscito ad abitare lo spazio americano non occupandolo, ma portando dentro la forza lucida e determinata di un’appartenenza antica. Questo non è un film sulla diaspora che spiega se stesso. È un film che vive la diaspora come fatto già consumato, come una vecchia ferita che continua a respirare dentro il petto. La presenza di Monica Bellucci nel finale (senza spoilerare il contesto) aggiunge uno strato di stupore quasi non realistico — un momento dove il film dice: persino le presenze più luminose e lontane da questa comunità possono entrare e cambiare il senso di tutto.
Butterfly Jam non è il capolavoro brutale che Balagov ha già consegnato al cinema. È più umile, più dolce, più consapevole della propria fragilità. E proprio per questo merita di essere visto — perché un regista che rinuncia all’urlo per la discrezione, alla brutalità per la tenerezza, sa di che cosa sta rinunciando. Sa esattamente il prezzo che sta pagando. E continua comunque. Questo è il segno di un grande cineasta.



