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"We Are Aliens" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"We Are Aliens" — Recensione

4.5 su 5
2026 1h 57m AnimazioneFantascienzaDramma

L'esordio di Kohei Kadowaki a Cannes è un anime spietato sull'infanzia: bullismo, tradimenti e alienazione raccontati con un character design che deforma i volti fino all'orrore. Un capolavoro indipendente che sfida il canone mainstream.

di Alessio Valtolina ·

We Are Aliens è uno di quei film che ti cambia il modo di guardare l’animazione. Non è un caso che Kohei Kadowaki lo abbia presentato alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes 2026, quella sezione dove i film d’autore trovano casa: questo è un’opera che non ha niente a che fare con il fantastico evasivo degli anime mainstream, anzi lo sfida completamente.

La premessa è semplice, ma devastante. In una piccola città giapponese, un ragazzo sente dall’amico due parole — «Ehi, e se ti dicessi che sono un alieno?» — che innescano una serie di eventi destinati a cambiargli la vita per sempre. Quello che potrebbe sembrare l’inizio di una fantasia leggera diventa il punto di partenza per un’indagine spietata sulla crudeltà nascosta dell’infanzia, sul tradimento silenzioso, sull’incapacità degli adulti di proteggerci.

Quello che rende We Are Aliens radicalmente diverso è il linguaggio visivo. Kadowaki non disegna bambini carini con occhi luminosi: usa il rotoscopio (tecnica che cattura il fotorealismo del movimento umano vero) e lo contrappone a character design marcatamente deformati, quasi alienati. I volti cambiano drasticamente quando la paura, la rabbia o le emozioni violente prendono il sopravvento. Non è estetica fine a se stessa: è il film che ti mostra come l’infanzia sia una lente distorta sul mondo, e come quella distorsione sia reale e viscerale. Se conosci il lavoro di Kōji Yamamura o Masaaki Yuasa, sai già che stiamo parlando di animazione che rifiuta la bellezza convenzionale per raggiungere la verità.

Il contrasto tra i fondali fotorealistici (la piccola città, gli spazi ordinari) e l’implosione grafica dei personaggi crea un’inquietudine che non abbandona mai lo spettatore. I volti si deformano fino a forme quasi orrorifiche, specchio fedele di paranoia, ossessioni, dolore. È un film che guarda al passato dell’animazione giapponese — agli anni Sessanta e Settanta, quando gli studi avevano la libertà di sperimentare stili grafici molto più diversi — e la porta nel presente con consapevolezza contemporanea.

Narrativamente, We Are Aliens è un film di incomprensioni tragiche. Non c’è semplicemente un bullo che fa soffrire il protagonista: ci sono meccanismi psicologici più complessi, assenze genitoriali, istituzioni scolastiche incapaci di proteggere, la crudeltà o la semplice indifferenza dei bambini tra loro. Il film segue i due protagonisti da bambini fino all’età adulta, mostrando come quell’evento primordiale di tradimento continui a lacerare le loro vite. Non è The King of Pigs (il capolavoro sudcoreano di animazione sul bullismo), ma dialoga con quel tipo di cinema, con la stessa assenza di compromessi emozionali.

Ciò che colpisce è l’onestà di questa rappresentazione. Non c’è redenzione sentimentale, non c’è un momento in cui tutto si risolve. C’è solitudine tra la folla, mancanza di appoggio, sopravvivenza. È un film che guarda all’infanzia come a qualcosa di nerissimo, e lo fa senza guardare da un’altra parte.

Sul piano produttivo, We Are Aliens è il frutto di una coproduzione Giappone-Francia (Nothing New studio e Miyu Productions): quest’ultima è la stessa società che ha già distribuito capolavori come Ghost Cat Anzu di Yamashita e Kuno, oppure il lavoro di Yamamura. Sono case che capiscono che l’animazione è una forma d’arte, non un settore industriale standardizzato. Kadowaki, esordiente e indipendente, si inscrive perfettamente in questa visione.

We Are Aliens è il tipo di film che rimane dentro per giorni, che ti costringe a ripensare alla tua infanzia, alle amicizie perdute, ai piccoli tradimenti che non hai mai veramente superato. Animazione come medicina amara — efficace, vera, profondamente umana. Difficile, bellissimo, necessario. Fiondatevi quando uscirà nelle sale italiane (la distribuzione è ancora da annunciare, ma con Miyu Productions dietro è praticamente garantita).

Pregi

  • Character design audace e deformante, specchio del malessere interiore
  • Contrasto straordinario tra fotorealismo dei fondali e distorsioni grafiche
  • Ritratto brutale e onesto dell'infanzia, senza sentimentalismi
  • Scelte narrative coraggiose: amicizie mancate, fraintendimenti tragici
  • Animazione d'autore che dialoga con i grandi (Yamamura, Yuasa)

Difetti

  • Nel terzo atto la cronologia salta troppo: gli anni adulti dei protagonisti restano abbozzati
  • Una sequenza onirica nel mezzo dilata i tempi senza aggiungere molto
4.5 su 5

Verdetto

Un debutto straordinario che trasforma l'animazione in strumento di indagine psicologica. Difficile, bellissimo e necessario.