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Allora balliamo, il musical indie di Amélie Bonnin sulla generazione dei quaranta

La regista francese fotografa i sogni e i rimpianti di una donna matura con un film-musical dai brani dal vivo. Fresco nell'intento, anche se indeciso nella forma.

di Baldo · · 2 min lettura ·
#cinema-francese#musical#drama
Allora balliamo, il musical indie di Amélie Bonnin sulla generazione dei quaranta

Allora balliamo è uno di quei film che parte da un’idea semplice ma carica di significato: raccontare una generazione rimasta sospesa tra i sogni della gioventù e la realtà della maturità. Amélie Bonnin, la regista francese dietro il progetto, ha scelto di farlo non con il tono serio del melodramma tradizionale, ma con la leggerezza paradossale di chi sa che ballare, anche negli anni difficili, è ancora possibile.

Il titolo stesso non è casuale. Allora balliamo è la traduzione italiana di Alors On Danse, il brano di Stromae che Bonnin inserisce all’inizio del film. È un gesto di intelligenza narrativa: con poche note la regista stabilisce il tono dell’intera opera, dando subito al pubblico la chiave di lettura giusta. Non siamo di fronte a un film sulla disperazione, ma sulla resistenza attraverso la musica e il movimento.

La struttura musicale come scelta autoriale

Ciò che rende particolare Allora balliamo è la sua struttura interna. Bonnin ha deciso di costruire il racconto come se fosse un musical consapevole, ma con un dettaglio cruciale: ogni brano è registrato dal vivo. Non ci sono sincronizzazioni in studio, non c’è quella perfezione levigata tipica del musical hollywoodiano. C’è invece una vibrazione di autenticità, come se la musica stessa fosse parte della vita quotidiana dei personaggi, non un’evasione fantastica da essa.

Questa scelta formale riflette il tema centrale del film: come una generazione sperduta continua a cercare senso e bellezza nella propria esistenza. La quarantenne al centro della storia non è un’eroina da musical classico. È semplicemente una donna che, come molte altre della sua generazione, si ritrova a fare i conti con aspettative non realizzate, sogni rimasti nel cassetto, rimpianti che si accumulano anno dopo anno.

Fresca nell’intento, indecisa nella forma

Il film non è perfetto. Bonnin non sembra sempre sicura di dove vuole andare con la narrazione. Ci sono momenti in cui la dimensione emotiva che la regista tenta di catturare rimane un po’ sospesa, come se il linguaggio scelto – quel miscuglio di dramma realista e musicalità pop – non fosse sempre la scelta più naturale per esprimere quello che c’è da dire.

Ma è proprio in questa indecisione che risiede anche il fascino del progetto. Allora balliamo non pretende di essere un capolavoro costruito secondo regole ben definite. È invece un tentativo sincero di fotografare una generazione che non ha smesso di ballare, anche se non sa bene perché lo fa e nemmeno dove questo ballo la stia portando.

La ricerca estetica di Bonnin – quella capacità di trasformare i piccoli gesti quotidiani in qualcosa di visivamente significativo – funziona meglio quando il film abbassa le difese e accetta di essere semplicemente quello che è: un’osservazione affettuosa di vite ordinarie rese straordinarie dalla musica e dalla memoria. In quei momenti, il film respira, e la quarantenne protagonista smette di essere un personaggio per diventare uno specchio.

Non è il musical che ti aspetti, e probabilmente neanche quello che la regista aveva completamente pianificato. Ma c’è qualcosa di genuino nel suo smarrimento, una freschezza che il cinema commerciale spesso smarrisce nella ricerca del perfezionamento.

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