Alejandro Amenábar torna al cinema dopo anni di assenza con un progetto che racconta la vita di Miguel de Cervantes prima che diventasse autore del Don Chisciotte. Il Prigioniero è la storia vera—o meglio, la ricostruzione narrativa—di cosa accadde a Cervantes durante i cinque anni di prigionia ad Algeri, nel 1575, quando venne catturato dalla marina ottomana.
Il film non è una semplice ricostruzione biografica. Amenábar usa la finzione per colmare i vuoti storici, immergendosi in quello che lo studioso Juan Goytisolo definiva “il vortice”: quel mistero narrativo a cui Cervantes tornava continuamente nelle sue opere. Quello che emerge non è il futuro genio letterario, ma l’uomo fragile, vulnerabile, costretto a confrontarsi con umiliazioni, paure e perdite.
La prigionia come spazio di resistenza
Cervantes, interpretato da Julio Peña, viene riconosciuto dai suoi catturatori come uomo d’alto rango e trasferito nel palazzo del Bey di Algeri, Hasan (magistrale Alessandro Borghi). È qui, tra gli orrori della prigionia e la monotonia brutale delle giornate, che il futuro scrittore trova rifugio nella letteratura. Una biblioteca, un religioso colto, padre Sosa, e il potere dei racconti diventano gli strumenti di salvezza non solo per Cervantes, ma per i suoi compagni di prigionia.
Qui sta il cuore del film: le storie non sono una fuga dalla realtà, ma una chiave per affrontarla. Il racconto puro si trasforma in resistenza, in un atto di umanità che offre speranza quando tutto sembra perduto.
La relazione tra il prigioniero e il carceriere
Amenábar costruisce una relazione complessa e ambigua tra Cervantes e Hasan. Non è la solita dicotomia vittima-carnefice, ma un intreccio di potere, curiosità reciproca e fragilità. Il regista sospende il giudizio, lasciando spazio per interrogarsi sulle contraddizioni umane. Tra silenzi e sguardi, con durezza ma anche con garbo, emerge un’indagine sulla dignità dell’individuo.
Questo è cinema che non semplifica, che non riduce la storia a buoni e cattivi. Il Prigioniero fotografa un contesto storico distante ma non così lontano dalle nostre domande contemporanee sulla libertà, sulla dignità, sulla resistenza attraverso la cultura.
L’assenza di Amenábar
Per chi conosce il lavoro di Amenábar—da Tesis a The Others, da Mar Adentro a Agora—questo ritorno al cinema non è casuale. Il regista cileno ha sempre cercato di raccontare figure in conflitto con le forze più grandi di loro, spesso usando la storia come specchio per domande universali. Il Prigioniero continua su questa strada, ma con una consapevolezza narrativa matura: non cercare le risposte, ma illuminare le contraddizioni.



