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Influencer 2: CW torna a fare stragi, il sequel che non molla la presa

La serial killer del primo capitolo non riesce a scappare da sé stessa. Nel Sud della Francia, tra ossessione e gelosia, esplode di nuovo la follia psicopatica.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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Influencer 2: CW torna a fare stragi, il sequel che non molla la presa

Influencer 2 arriva come una di quelle sequenze che non ti aspetti: il primo capitolo, Influencer - L’isola delle illusioni, sembrava già una storia conclusa, claustrofobica e definitiva. Invece no. La serial killer CW — il mostro al centro della narrazione — non riesce a morire, e soprattutto non riesce a nascondersi davvero.

La premessa è quasi classica nel genere thriller psicologico: il carnefice che scappa, che cambia identità, che prova a ricominciare. CW si chiama ora Catherine, vive nel Sud della Francia con la sua nuova fidanzata Diane, e sembra aver finalmente sotterrato il passato violento che l’ha macchiata l’anno prima in Tailandia. La tranquillità però è una favola. Dura poco.

La bestia che non muore mai

Ciò che funziona in Influencer 2 è proprio questo: la consapevolezza che certe persone non cambiano. Non importa dove scappino, quanto tentino di costruire una nuova vita, quale scusa narrativa si inventi. La natura psicopatica non è un’abitudine che si abbandona sull’aereo in partenza. È il fondamento di chi sei.

Quanto accade nel sequel è il risveglio lento e inevitabile di quella bestia. Non è un colpo di scena clamoroso — il film non si affida a twist stupidi. È invece il lavoro subdolo della gelosia, dell’ossessione, dei legami che non puoi spezzare. CW vede qualcosa che la ferisce (o crede di vederlo), e da lì inizia l’escalation verso il caos. Le istinto psicopatiche non si spengono. Si trasformano, trovano una scusa razionale, un pretesto che al tuo cervello malato sembra perfino giusto.

Il fascino del personaggio impossibile

Ciò che tiene insieme il film — almeno stando alla ricezione critica — è il ruolo centrale di una protagonista che non è né simpatica né cattiva nel senso tradizionale. È ammalata. È ossessionata. E invece di nascondere questa dimensione patologica, il sequel la mette completamente a nudo. Non c’è redenzione in vista, non c’è il momento in cui comprendi perché è così. È così e basta.

In un’epoca dove il cinema di genere spesso cerca di umanizzare i mostri, di dargli una backstory comprensibile, Influencer 2 sembra fare il percorso opposto: accetta che CW sia quello che è, e costruisce il thriller su questa accettazione. La gelosia diventa il detonatore, non la causa. È il pretesto che la bestia usa per giustificarsi.

Il contesto: un film fuori scala

Influencer 2 è un’anomalia interessante nel panorama dei sequel. Non continua acriticamente, non ricicla la formula. Cambia location, cambia il tono della minaccia, complica il quadro emotivo aggiungendo una relazione (quella con Diane) che crea tensione narrativa reale. Non sai quando Diane scoprirà la verità, se lo farà, e se scoprirla cambierà qualcosa.

Il fatto che il film convinca — secondo la ricezione ricevuta — significa che il regista ha capito cosa rendeva interessante il primo capitolo: non l’isola, non l’isolation horror, ma il personaggio di CW e la sua impossibilità morale e psicologica di conformarsi alla società. Spostarla in Francia, darle una fidanzata, metterla in apparente sicurezza: tutto questo non fa che amplificare la tensione. È come toccare una ferita che non è mai guarita.

Chiusura

Influencer 2 rappresenta uno di quei sequel che capisce il compito difficile di proseguire senza ripetere. Non è un film che allarga lo spettro dell’universo narrativo in senso tradizionale. È un film che approfondisce la psicopatia di un personaggio, e lo fa senza pietà, senza scorciatoie psicologiche. Che questo convinca davvero il pubblico è un segnale interessante: forse le persone vogliono ancora storie dove il male non ha scuse, solo conseguenze.

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