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dietro le quinte

Lanthimos batte in ritirata: dalla regia alla fotografia, "devo ritrovare la gioia"

Dopo tre film in tre anni, il regista greco ammette: il cinema lo soffoca. Adesso pensa solo a fotografare. Ma tornerà al cinema? Non sa nemmeno lui.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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Lanthimos batte in ritirata: dalla regia alla fotografia, "devo ritrovare la gioia"

Tre film in tre anni: Povere creature, Kinds of Kindness, Bugonia. Per chiunque altro sarebbe un’accelerazione inarrestabile, un momentum da sfruttare finché il mercato lo consente. Per Yorgos Lanthimos, invece, è diventato un peso che non riesce più a portare. Il regista greco, uno dei più interessanti del cinema contemporaneo, ammette oggi una cosa che fino a poco tempo fa sarebbe stata impensabile: potrebbe non fare più film. Punto e basta.

Non è una crisi passeggera, non è la solita battuta di un autore stanco durante un’intervista. Lanthimos parla di necessità reale, di ricerca di libertà creativa. E la sta cercando dove non l’avrebbe mai cercata prima: nella fotografia.

Il prezzo della produzione

Il cinema contemporaneo, soprattutto quello della fascia più alta del budget, è diventato una macchina complessa. Finanziamenti, tempistiche, aspettative degli studios, distribuzione mondiale. Lanthimos ha sempre navigato bene queste acque, ma il costo in termini di energia creativa è salato. Quello che il regista scopre nella fotografia è qualcosa di cui il cinema moderno l’ha privato sistematicamente: la libertà. Non la libertà artistica teorica, quella che pubblicamente tutti predicano. La libertà vera, quotidiana, di fare quello che vuoi senza rendere conto a dieci riunioni diverse.

La fotografia, per come ne parla, è l’opposto speculare del cinema di produzione. Non ci sono deadline dettate da distribuzioni internazionali, non ci sono compromessi con i finanziatori, non c’è la necessità di soddisfare mercati e pubblici globali. C’è solo l’immagine, quello che vedi, quello che vuoi comunicare. Un’immediatezza che il cinema ha perduto da decenni.

Il pericolo dell’ustione creativa

Quel che disturba, però, è il tono di definitività con cui Lanthimos parla del ritorno al cinema. “Devo ritrovare la gioia”, dice. Non è una fase, non è una pausa meditabonda tra un progetto e l’altro. È la constatazione che il cinema, almeno il cinema come lo conosce lui, l’ha esausto.

Non è una novità nella storia del cinema che registi di grande talento si fermino, cambino strada, o si prendano lunghe pause. Quello che è nuovo è come il sistema ha accelerato questo burnout. Tre film importanti in tre anni è un ritmo insostenibile anche per menti brillanti. Non è come negli anni ‘80, quando un regista poteva fare quattro film in due anni con strutture produttive più leggere. Oggi ogni film è un’impresa logistica.

Lanthimos ha sempre rifiutato la strada hollywoodiana pura, quella dei franchise e dei blockbuster preconfezionati. Ha cercato di fare cinema d’autore mantenendo budget significativi. Questo equilibrio, però, è fragile. E tre volte in tre anni l’ha rotto.

La domanda che rimane

La vera questione non è se Lanthimos tornerà a fare cinema, ma se il cinema sarà in grado di offrigli condizioni diverse quando lo farà. Perché è difficile immaginare che un regista del suo calibro rimanga semplicemente fotografo. Non per arroganza: semplicemente perché il cinema è il suo linguaggio, quello in cui ha cose da dire che la fotografia non può contenere completamente.

Ma il sistema deve ascoltare questo grido di allarme. Se anche uno dei registi più interessanti degli ultimi anni arriva a dire “preferisco fare altro”, significa che qualcosa è rotto non solo nell’industria, ma nel modo in cui l’industria soffoca la creatività con accelerazioni che sembrano vittorie ma sono sconfitte.

Lanthimos ha diritto a ritrovare la gioia. Speriamo che quando tornerà al cinema, il cinema sia finalmente capace di dargliela.

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