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Resident Evil di Cregger dura 95 minuti: horror a tutto gas senza fiato

Il reboot di Zach Cregger sceglie la strada dell'efficienza narrativa. Niente lungaggini: 95 minuti di puro horror d'azione, ispirati a Mad Max: Fury Road.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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Resident Evil di Cregger dura 95 minuti: horror a tutto gas senza fiato

Resident Evil di Zach Cregger sarà breve. Molto breve. Novantacinque minuti esatti per raccontare la storia del reboot del franchise horror più amato e discusso del cinema contemporaneo. Non è poco, ma nemmeno tanto se confrontato con l’andazzo blockbuster odierno, dove anche i film mediocri si tirano dietro due ore e mezzo di runtime.

Ma qui non stiamo parlando di una scelta per accorciare i tempi: è una dichiarazione filosofica di Zach Cregger sulla direzione creativa che ha scelto per questo progetto. Dopo il successo di Barbarian, il regista ha dimostrato di saper dosare la tensione e il ritmo con precisione chirurgica. E quella stessa mentalità la porta dentro il mondo di Resident Evil.

Un horror senza respiro

L’idea è quella di un film che non molla la presa. Novantacinque minuti di horror teso, lineare, senza digressioni narrative o pause forzate. I primi test screening lo hanno già battezzato un’esperienza “a tutto gas”, e il paragone che circola nelle prime notizie è azzeccato: Cregger sta guardando a Mad Max: Fury Road di George Miller come modello strutturale.

Perché?

Perché Mad Max funziona così: non ti dà tempo di respirare. La macchina narrativa è inceppata in una velocità costante, il conflitto è sempre presente, il dinamismo visivo non conosce tregua. Se Cregger è riuscito a trasferire anche una frazione di quella energia dentro l’universo di Resident Evil, il risultato potrebbe sorprendere molti.

Non è un caso che il titolo sia “un viaggio folle”. Perché questo è quello che dovrebbe essere il film: un percorso caotico, disordinato, angoscioso, dove gli spettatori si trovano trascinati da una scena all’altra senza mai trovare un momento di sollievo psicologico.

La sfida del runtime compatto

Ora, la domanda legittima: novantacinque minuti bastano per sviluppare un’esperienza horror di qualità dentro un universo complesso come quello di Resident Evil? Sì e no.

Sì, se la priorità del film è mantenere un’atmosfera claustrofobica e minacciosa senza cedere alle digressioni. È così che horror come L’Esorcista di Friedkin o The Shining di Kubrick trovano la loro forza: non sceglievano la lunghezza, sceglievano l’economia narrativa.

No, se pensiamo che Resident Evil abbia bisogno di tempo per costruire il mondo, sviluppare personaggi secondari, esplorare la lore del videogame originale. Ma sembra chiaro che Cregger ha deciso di sacrificare la complessità per la concentrazione emozionale.

Ed è qui che il film diventa interessante dal punto di vista della direzione artistica. Non è una scelta di budget o di costrizioni produttive: è una vera decisione creativa di dire “no” al bloat narrativo che caratterizza il blockbuster contemporaneo. Persino film di genere, negli ultimi anni, si sono trascinati appresso due ore, due ore e venti minuti, come se il runtime fosse una misura della qualità.

Cosa significa per lo spettatore

Un film di 95 minuti arriva dritto al punto. Non ha il tempo di perdersi in sottotrame secondarie, non può permettersi distrazioni stilistiche, non ha lo spazio per scene “filler” o momenti di world-building lasciati a se stessi.

Questo potrebbe piacere o dispiacere a seconda del tipo di spettatore. Chi ama il genere horror puro, che vuole essere messo sotto pressione per quasi due ore senza respiro, probabilmente apprezzerà. Chi cerca una storia complessa con diverse angolature narrative, potrebbe sentire la mancanza di profondità.

Ma il videogame originale di Resident Evil non era una storia profonda: era un’esperienza di tensione, di sopravvivenza, di paura fisica. Cregger sembra aver capito che per trasportare quella sensazione su schermo, hai bisogno di velocità e ritmo, non di durata.

Il contesto del reboot

Resilient Evil di Cregger arriva dopo anni di tentativi di far rivivere il franchise al cinema. La saga originale di Paul W.S. Anderson ha avuto il suo momento, con alti e bassi. Più recentemente, il reboot Netflix con Lance Reddick non ha conquistato così tanto. Quindi la pressione su Cregger è reale: deve provare che il franchise può funzionare ancora, ma in modo nuovo.

Scegliere un runtime compatto, optare per un ritmo disperato, ispirarsi a Mad Max piuttosto che ai cliché dell’horror tradizionale: sono mosse che suggeriscono un progetto che vuole distinguersi. Non è il Resident Evil che la gente aspettava. È il Resident Evil che Zach Cregger crede meriti di esistere.

Se funzionerà, avrà rivoluzionato l’approccio al genere horror d’azione. Se non funzionerà, almeno avrà il merito di aver provato qualcosa di diverso in un momento in cui il cinema blockbuster tende a giocare sul sicuro.

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