Ryûsuke Hamaguchi è uno di quei rari registi che non tradisce mai la fiducia che ripone in te. All of a Sudden — primo film girato al di fuori del Giappone per il maestro di Drive My Car — è la prova che certi sguardi funzionano ovunque, persino in una casa di riposo a Parigi, trasformandola in spazio di rivoluzione silenziosa.
Il film nasce dal reale: da uno scambio epistolare tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa Maho Isono, pubblicato nel libro You and I – The Illness Suddenly Get Worse. Hamaguchi lo tiene come bussola, ma non come gabbia. La storia è semplice nella superficie: Marie-Lou, direttrice della struttura, sperimenta un metodo di cura rivoluzionario basato sul riconoscimento dell’altro, sulla fragilità non come deficit ma come segnale di umanità diversa. Incontra Mari, una regista giapponese, e da lì tutto cambia — o meglio, tutto rivela che era sempre cambiato mentre noi guardavamo altrove. Coinvolto nel tutto c’è Tomoko, un ragazzo autistico che funziona come elemento di connessione pura, senza mediazioni.
Ci sono due scene che racchiudono il film intero. La prima: una rappresentazione teatrale dal titolo italiano Da vicino nessuno è normale, ispirata a Franco Basaglia. Un solo attore sul palcoscenico. Le uniche cose mosse sono le sedie — gli unici oggetti nello spazio. È teatro della semplificazione radicale, dove ogni movimento di una sedia diventa gesto politico. Se ricordi Drive My Car, riconoscerai subito il dna di Hamaguchi: la fascinazione per come il corpo e la parola si trascinano a vicenda, come il linguaggio non sia mai solo suono ma sempre anche movimento, confessione fisica. Qui lo straniamento sale: due donne che parlano ognuna nella lingua dell’altra. Marie-Lou parla giapponese imperfetto. Mari parla francese imperfetto. E in questo disallineamento — in questo costante sfioramento della comunicazione — il film trova la sua vera questione: è possibile sentirsi riconosciuti quando non siamo neppure sicuri di essere intesi?
La seconda scena è una conversazione notturna tra Marie-Lou e Mari. Lunghi piani sequenza, niente montaggio frenetico, niente illusione di velocità. Parlano di come rendere possibile l’impossibile. E qui Hamaguchi toglie la maschera del teatro: iniziano a parlare di capitalismo, di decremento della natalità, di come le cure per gli anziani non abbiano mai abbastanza fondi. È la scena che trasforma il film da esperimento formale a documento politico. Mari dice qualcosa di raro: il capitalismo, distruttivo per natura perché consuma le risorse di cui si nutre, è anche ciò che ha alimentato la cultura. Quale sarebbe la soluzione? La relazione, dice Hamaguchi non attraverso la parola ma attraverso il metodo stesso del film. Ogni gesto registico — ogni piano sequenza, ogni tocco di camera, ogni inquadratura — è un atto di riconoscimento.
Perché questa è la vera scommessa: Hamaguchi fa il film come se fosse un workshop. Dentro la diegesi del film ci sono workshop per il personale della casa di riposo. Il film è strutturato come workshop. La messa in scena è workshop. È cinema che torna a se stesso per chiedersi che cosa può fare nel mondo, non come spettacolo ma come pratica concreta di relazione. Non è retorica: è architettura sentita. Sguardo, parola, tocco, verticalità — questi sono i quattro pilastri su cui Hamaguchi costruisce tutto, e in ogni inquadratura uno di questi elementi brilla.
Certo, qui bisogna dirlo: non è cinema per chi cerca il divertimento della trama, la velocità del montaggio, la soddisfazione della risoluzione chiara. Hamaguchi non ti dà la catarsi facile. Ti dà qualcosa di più durissimo: la sensazione che il mondo richieda una pratica costante di ascolto, di assenza di giudizio, di trasformazione lenta. Se non ami quando un film ti chiede di stare fermo e di pensare mentre guardi, All of a Sudden ti stancherà. Non è difetto: è precisione d’intenti. Il regista sa esattamente che cosa chiede, e non scende a compromessi.
Ma se ami cinema che sia anche filosofia, che sia anche atto politico, che sia anche workshop sulla sopravvivenza emotiva — allora questo è il film che cercavi. Hamaguchi non ha perso nulla lasciando il Giappone. Anzi: ha scoperto che il suo sguardo funziona dovunque, purché ci sia qualcuno disposto a guardare con lui. Qui a Cannes 79 il film è stato presentato in concorso: è dove appartiene. Non è facile, non è immediato, non è confortevole. Ma è raro, e il cinema raro conta più di tutto.



