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"El ser querido" — Recensione

Recensione

"El ser querido" — Recensione

4.5 su 5
2026 2h 15m Dramma

Sorogoyen torna a Cannes con un manuale di grammatica cinematografica: dialoghi densi, volti straordinari e una riflessione senza filtri su paternità, colpa e il significato stesso del fare cinema.

di Alessio Valtolina ·

La grammatica del cinema

A quattro anni da As bestas, Rodrigo Sorogoyen torna a Cannes, questa volta in Concorso, con El ser querido — titolo internazionale The Beloved — e la cosa più importante è capire subito che non stai guardando un dramma sul rapporto padre-figlia come potrebbe sembrare dalla trama. Stai guardando una lezione di cinema. Un manuale costruito attraverso i volti, i tagli, gli inquadramenti, il passaggio tra colore e bianco-nero, il salto dalla pellicola al digitale. Ogni scelta visiva parla di ciò che i personaggi provano, e Sorogoyen non sbaglia un millimetro.

La cosa si capisce subito: i titoli di testa passano sullo schermo nero mentre Javier Bardem — gigantesco, pesante, consapevole del suo potere nello spazio — conversa con una cameriera. Poi l’immagine appare. Bardem in primo piano, in un ristorante, spezzettato internamente da tagli ricorrenti che creano irrequietezza visiva. Aspetta una donna. Arriva Emilia (Victoria Luengo, notevole), e quella che segue è una scena di venti minuti fatta solo di dialogo e di volti — campi e controcampi che cambiano punto di vista e distanza, primi piani e primissimi piani alternati secondo un ritmo che non è casuale. Non sai subito chi sono, cosa si devono, perché non si vedono da tredici anni. Potevano essere ex amanti, potevano essere qualsiasi cosa. Ma è una lezione di suspense narrativa costruita interamente sulla grammatica dell’immagine. Ecco cosa è il film: Sorogoyen lo dice al primo minuto.

Questo è il suo senso. Esteban Martínez è un regista famosissimo — due Oscar, Palma d’Oro, famiglia regolare negli Stati Uniti, tutto quello che il cinema gli ha dato. Emilia è la figlia che ha avuto nei suoi vent’anni e mai riconosciuto, mai visto per tredici anni, mai nemmeno presentato al mondo. Lavora come cameriera in un bar e fa l’attrice senza emergere, forse per vocazione, forse per rivalsa edipica mal celata contro quel padre odiato e insieme idolatrato. Quando Esteban le propone il ruolo femminile principale nel suo prossimo film — che si girerà a Fuerteventura, in un paesaggio selvaggio e desolato — Emilia accetta dopo uno scontro verbale carico di odio e desiderio di riconoscimento. La narrazione “inizia” allora, insieme alle riprese di questo film-nel-film.

Ma ecco il punto: Sorogoyen non è interessato a farvi sentire male per il senso di colpa paterno. Non è interessato a insegnarvi una lezione morale su chi merita il perdono. È interessato a mostrarvi che il cinema è l’arte dello sguardo, che ogni scelta su come inquadrare un volto, quando tagliarsi, se usare il colore o il bianco-nero, è una forma di significato. Quando Esteban sente vulnerabilità (sua o di Emilia), il film passa al bianco-nero. Quando il digitale sostituisce la pellicola, quando il formato cambia da 16:9 a 4:3, quando la resa cromatica si sposta — ogni dettaglio è grammaticale, sintattico, semantico. Non è manierismo, il che sarebbe fatale; è ricerca rigorosa. È linguaggio che parla della storia mentre la storia accade.

Bardem è uno di quei pochi attori che capisce subito cosa sta accadendo e vi si immerge completamente — il peso, la stanchezza del successo non meritato, la consapevolezza di aver bruciato tutto di questa donna per la sua carriera. Luengo è altrettanto straordinaria nel trattenere Emilia, nel farla vivere come corpo affamato e mente ferita, nel non farla mai scivolare verso il melodramma. Insieme creano una tensione che non si spegne mai, che attraversa ogni inquadratura.

Ciò che potrebbe suonare pretenzioso — usare il formato come strumento narrativo, alternare tecniche di ripresa, mescolare astrattezza concettuale con il dramma relazionale — non appesantisce mai. Sorogoyen sa dove è il limite: sa che il simbolismo serve solo se serve al racconto, e qui serve. Il deserto di Fuerteventura diventa uno spazio psichico, lo sguardo del regista (dentro il film) diventa indistinguibile dallo sguardo del regista (il film stesso) — è una mise en abyme che non si sente faticosa perché vive dentro le emozioni reali di due persone che si detestano e insieme si cercano.

La cosa più bella è che El ser querido non risponde alle domande che pone. Cosa vuole davvero Esteban? Riconoscimento tardivo della figlia? Redenzione attraverso il cinema? Cosa vuole Emilia? Vendetta? Amore? Il film non lo dice. Dice soltanto come si vede il desiderio quando si ripete il gesto di inquadrare, quando la tecnica diventa prossimità emotiva. E questo basta.

A Cannes, Sorogoyen ha portato non una storia risolta, ma una ricerca sulla forma stessa del cinema e su come il cinema possa dire ciò che la vita non riesce a nominare. È un’opera che sa esattamente quello che è e non fa un passo falso. Punto.

Pregi

  • Apertura di venti minuti costruita solo su dialogo e volti — tensione narrativa pura
  • Javier Bardem e Victoria Luengo in totale sintonia: due attrici straordinarie
  • Uso consapevole del formato (colore/bianco-nero, pellicola/digitale, aspect ratio) che non appesantisce mai il racconto
  • Tema della paternità affrontato senza retorica né scappatoie morali
4.5 su 5

Verdetto

Un'opera che sa esattamente cosa è il cinema e come usarlo. Sorogoyen non fa un passo falso.