Das geträumte Abenteuer è il secondo film di Valeska Grisebach dedicato ai margini dell’Europa. Se Western (2017) seguiva i bordi tra Bulgaria e Grecia, questo nuovo lavoro — presentato in concorso al Festival di Cannes 2026 — rimane in quel territorio di confine, ma lo guarda con uno sguardo ancora più aspro e antropologico. Non è un film che spiega. È un film che fa respirare una realtà complessa.
La trama, su carta, è minimalista: Said (Syuleyman Alilov Letifo) torna a Svilengrad, cittadina bulgara al crocevia tra Bulgaria, Grecia e Turchia, per un affare losco legato allo smercio di carburante di contrabbando. La prima notte gli rubano l’auto. Nel girovagare per ritrovarla incrocia Veska (Yana Radeva), archeologa che dirige gli scavi nel sito di Matochina — fondato nel IV secolo. Da quel momento, il film tradisce completamente Said e rimane su Veska. Lui esce dall’inquadratura. Lei diventa il nostro Virgilio.
E qui inizia la vera operazione di Grisebach. Veska è una figura doppia: nata in questa comunità, cresciuta a Sofia, ha studiato, ha aperto lo sguardo. Torna al paese, ma torna da straniera. Conosce tutto di Svilengrad — le dinamiche sociali, il passato, la storia — eppure molti non se la ricordano, come se la città l’avesse espulsa dal momento in cui se n’era andata. È archeologa: il suo mestiere è scavare nel passato. Ma il presente la circonda di contrabandieri, mafiosi locali, poteri informali che hanno riempito lo spazio rimasto dopo il crollo del Muro nel 1989. La legge vera, qui, non viene da Bruxelles. Viene dai boss che hanno stretto legami con chi portava denaro al Paese, che si sono infilati nelle crepe di un sistema capitalistico ormai gangsteristico.
Grisebach non descrive questo inferno amministrativo. Lo rende tangibile attraverso i volti, i corpi, i movimenti. È una scelta radicale: usa non professionisti — persone vere, senza trucco né parrucco — e il risultato è che questi volti diventano documento antropologico. Sono segni viventi di trentanni di post-‘89, di illusione e delusione europea. Yana Radeva, geologa di mestiere, interpreta Veska con una fisicità che non dimenticherai: occhi scrutatori, sicurezza calma, assenza di timori. Non è un’attrice che rappresenta un’archeologa. È una donna che indossa il ruolo come un abito che le appartiene. E questo cambio di prospettiva — dalle convenzioni della fiction al documento della presenza — è quello che fa respirare il film.
Perché il film è lungo quasi tre ore (167 minuti), e quella durata non è una scusa narrativa. È il tempo che Grisebach ha deciso di concedere ai margini. Tutto quel che accade è ai limiti della scena, spesso fuori scena. La narrazione procede per allusioni, ellissi, risoluzioni nascoste. Se aspetti una trama che progredisce secondo regole cinematografiche note, qui troverai resistenza. Il carburante di contrabbando rimane fuori campo. I traffici rimangono allusivi. Said scompare. La storia avanza come una mano che graffia una mappa: non la descrive, la segna.
Questo è il nucleo di Das geträumte Abenteuer: il cinema non come intrattenimento, ma come strumento di conoscenza e scoperta. È western contemporaneo — al posto dei cavalli ci sono camion fuori inquadratura, al posto dei messicani i rifugiati che entrano (anche loro fuori scena) — ma è western che non vuole assomigliare ai western. È un film che ti chiede di guardare diversamente, di accettare che la comprensione arrivi attraverso i dettagli umani, non attraverso le spiegazioni. Il paesaggio bulgaro, la terra di confine tra tre Paesi, la storia sedimentata di Matochina, gli sguardi delle persone che vivono lì — tutto questo costruisce il significato più di qualunque didascalia.
Non è un film per chi vuole risposte veloci. È un film per chi capisce che il cinema è anche allontanamento dal già noto e già battuto. È una riscrittura del western al confine del documentarismo. Valeska Grisebach ha scelto di raccontare l’Europa non da nord (i fiordi di un Altro regista scandinavo), non dal “cuore” del continente (il fatherland di Pawlikowski), ma da questo incredibile margine: un luogo dove l’Unione Europea è quasi una finzione, dove i potentati locali hanno vinto le leggi europee, dove una donna torna a casa per scavare nel passato e scopre che il presente è più sepolto di qualunque tomba romana.
Il film arriva al cinema italiano il 15 luglio 2026.



