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"Disclosure Day" — Recensione

Recensione

"Disclosure Day" — Recensione

3.5 su 5
2026 2h 25m MisteroFantascienzaThriller

Spielberg torna al fantascientifico con una riflessione densa su linguaggio, immagine e verità. Emily Blunt sorprendente, ma il film fatica a stare dentro i suoi 145 minuti.

di Alessio Valtolina ·

Steven Spielberg, col suo trentacinquesimo lungometraggio, non sceglie la strada facile. Disclosure Day apre con un’immagine che subito ti dice: dimenticati quello che conosci sul linguaggio visivo. Un piede di wrestler colpisce la macchina da presa come se volesse schiacciarla. Non è una scena di contesto, è la premessa filosofica di tutto quello che seguirà. Il conflitto tra immagine e parola, tra ciò che vediamo e ciò che capiamo, è il cuore pulsante di questo film, e Spielberg lo sa. Quel piede violento spezza il codice. Non dovrebbe essere lì. Eppure è perfetto.

Da quella frattura in poi, il film non si ferma. Daniel Kellner — Josh O’Connor — è un uomo con uno zaino pieno di segreti, inseguito da gente che non dovrebbe neanche esistere sulla carta. È un whistleblower in fuga, convinto che il mondo abbia diritto di sapere la verità. Cosa pensi che farebbe un governo para-statale nel nostro tempo? Tutto il necessario per fermarlo. Ma il vero fulcro narrativo non è solo Kellner; è Margaret Fairchild, una conduttrice meteo a Kansas City che di colpo, nel bel mezzo di una diretta, si mette a parlare lingue che non ha mai studiato, poi suoni che nessuno sulla Terra conosce. Emily Blunt in questo ruolo fa qualcosa di straordinario: passa da una professionalità televisiva perfezionata, il volto neutro dentro i led della grafica meteo, a qualcosa che non è umano, o che è più umano di quanto noi siamo abituati a concepire. Non è una recitazione di effetti; è una recitazione di assenza, di qualcosa che ti guarda attraverso quegli occhi.

La visione di Spielberg qui è quella di sempre: l’immagine è il cliché in cui siamo rinchiusi, e la difformità, l’anomalia, è l’unico modo di romperlo. Quando Margaret comincia a capire i pensieri delle persone fissandole, quando il cardinale rosso — quel passeriforme tutto sangue del Nord America — diventa il simbolo di qualcosa che era sempre stato presente, il film sale di scala. Non è più soltanto una fuga d’azione: è una riflessione sulla comunicazione, sulla coscienza, sulla possibilità di un linguaggio che vada oltre le parole. Wittgenstein avrebbe apprezzato: i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Disclosure Day lo sa.

Tuttavia — e qui arriviamo al peso che il film si porta — la rocambolesca fuga di Kellner e Jane Blakenship, la fidanzata con un passato da novizia, inizia a scricchiolare intorno alla seconda ora. Il film tiene insieme due anime: quella del thriller d’azione, necessaria per mantenere un pubblico, e quella della riflessione filosofica, necessaria per giustificare gli intenti di Spielberg. A volte le due cose convivono magnificamente, la violenza del ring d’apertura che è metafora della violenza della comunicazione; altre volte, invece, il film sembra combattere contro se stesso. La durata di 145 minuti è sentita. Il terzo atto, quello in cui dovremmo toccare il punto di non ritorno, fatica invece a mantenere il ritmo. Colin Firth nel ruolo di Noah Scanlon, Colman Domingo come Hugo Wakefield, Wyatt Russell nella parte di Jackson: gli attori ci sono, sono bravi, ma la sceneggiatura di David Koepp (story di Spielberg) non sempre sa cosa farsene di loro.

C’è anche il contesto geopolitico a pesare sul film. Guerre in Russia, conflitto con la Corea del Nord, l’Unione Europea che crolla e annulla gli accordi di Schengen. Spielberg costruisce il scenario di un mondo in fiamme, e in mezzo a questo inferno piazza la domanda: e se scoprissi che non siamo soli? Se qualcuno te lo dimostasse? Come cambierebbe tutto quello che credi di sapere sulla realtà? È una domanda potente, ma il film non sempre trova lo spazio per permettere al pubblico di farsi quella domanda comodamente. Scorre troppo veloce in alcuni punti, si ferma troppo in altri.

Tirando le somme: Spielberg non sta facendo concessioni al blockbuster facile. Disclosure Day è un film che vuole essere preso sul serio, che ha ambizioni filosofiche e non le nasconde. L’interpretazione di Emily Blunt da sola vale il prezzo del biglietto — c’è una densità nel suo sguardo, una assenza inquietante che è affascinante. La prima ora è quasi perfetta: quella soggettiva del wrestler, l’incipit, il tema del linguaggio infranto. Ma il film non riesce a mantenere quella tensione fino alla fine. Perde il filo, si allarga, si perde nei dettagli di una fuga che, onestamente, avremmo potuto comprendere meglio con 15 minuti in meno.

Non è un capolavoro mancato — non è così disastroso. È piuttosto un film ambizioso che ha le spalle un po’ troppo larghe per la durata che gli è stata data. Se ami il Spielberg intellettuale, se ti interessa il cinema che non ha paura di affrontare il tema del linguaggio e della comunicazione, allora Disclosure Day ti parlerà. Se cerchi uno sci-fi adrenalinico e basta, probabilmente sentirai il peso dei 145 minuti. È al cinema dal 10 giugno 2026.

Pregi

  • L'apertura rivoluzionaria con la soggettiva del wrestler stabilisce subito il tema: come rompere i codici visivi
  • Emily Blunt in una forma straordinaria nel ruolo di Margaret Fairchild, la donna che scopre poteri linguistici e telepatici
  • La riflessione su immagine, linguaggio e comunicazione è sofisticata e tocca i nervi scoperti della nostra epoca
  • L'idea del cardinale come catalizzatore di realtà nascoste è originale e carica di significato simbolico

Difetti

  • A 145 minuti il film si dilata troppo nel terzo atto, il ritmo vacilla quando dovrebbe accelerare verso il climax
  • La trama della fuga rocambolesca a volte sembra confliggere con l'ambizione filosofica, creando frizione anziché sintesi
3.5 su 5

Verdetto

Spielberg non si semplifica: Disclosure Day è denso, ambizioso, a tratti faticoso. Vale la visione per chi ama il cinema d'autore e il fantascientifico intellettuale.