Backrooms parte da un presupposto affascinante: il fenomeno internet della creepypasta, trasformato in film d’esordio dal regista inglese Kane Parsons. Se conosci le backrooms, sai di cosa stiamo parlando — quegli spazi labirintici, liminali, senza porta d’uscita che vivono nella folklore di internet da quasi un decennio. Un’idea che poteva funzionare al cinema, soprattutto come horror d’atmosfera puro, senza la necessità di spiegare tutto. E infatti, nel primo atto, il film funziona davvero. Parsons ha capito bene come usare lo spazio vuoto, la luce diffusa, il silenzio inquietante come elementi di narrazione. Quando il protagonista si ritrova intrappolato in questi corridoi senza fine, con la carta da parati beige nauseante e le luci fluorescenti ronzanti che sembrano frutto di un’allucinazione prolungata, c’è qualcosa di genuinamente disturbante. Non è gore, non è jumpscare — è l’idea stessa di essere intrappolati in un luogo che non dovrebbe esistere, uno spazio che sfida la logica dello spazio reale, dal quale non puoi uscire. È quasi una fobia architettonica, un horror che abita negli spazi “sbagliati” della realtà.
Il film nasce da un cortometraggio omonimo che Parsons aveva girato nel 2022 e pubblicato su YouTube, dove aveva accumulato milioni di visualizzazioni proprio grazie a questa semplicità visiva e concettuale. L’idea di allargare quel materiale a un lungometraggio era sensata — il concetto aveva potenziale. Ma è qui che cominciano i problemi veri. Parsons non sa cosa fare con questa idea oltre il primo atto, e la sceneggiatura rivela subito questa incertezza registica. Ci sono momenti in cui il film cerca disperatamente di costruire una trama coerente — spiegazioni sulla natura delle backrooms, su come entrarci, su come uscirne, chi le ha create o cosa le alimenta — ma tutto rimane abbozzato, indefinito, confuso. E non nel senso buono del termine. Non è un’ambiguità narrativa che funziona come stilema (tipo Lynch con Mulholland Drive o Lanthimos con Poor Things), dove l’incertezza è scelta stilistica deliberata. È solo confusione narrativa, mancanza di decisione progettuale. La logica interna del film non tiene: le regole di questo spazio non sono mai davvero definite, vengono proposte e poi dimenticate, i personaggi agiscono senza motivazione visibile, i colpi di scena arrivano senza alcuna preparazione drammatica.
La sceneggiatura è il punto debole più evidente. Parsons avrebbe forse dovuto scrivere tutto da sé, mantenendo la visione ristretta e coerente del cortometraggio, oppure affidarsi a uno sceneggiatore che capisse veramente la natura del suo progetto. Invece il risultato è un ibrido che non funziona né come horror puro né come thriller narrativo. Quando vedi una sequenza particolarmente inquietante — il momento in cui il protagonista scopre di non essere solo in questi spazi, o quella scena dove il tempo sembra comportarsi in modo strano, con la prospettiva che si rompe — capisci che Parsons sa quello che fa come registista. Sa come creare disagio visivo, sa come usare il suono (o l’assenza di suono), sa dirigere la fotografia in modo da farsi disagio con la location stessa. Ma la storia non lo supporta.
I personaggi e il vuoto narrativo
I personaggi rimangono piatti dall’inizio alla fine, e questo è un errore strutturale grave. Il protagonista principale (interpretato in modo dignitoso ma senza spazio per brillare) non è caratterizzato in modo che ci importi davvero cosa gli accada. Non capisco cosa lo spinge, qual è il suo legame emozionale con il mondo reale, perché dovremmo soffrire insieme a lui mentre è intrappolato. Gli altri personaggi che compaiono sono ancora più vaghi, come se fossero placeholder in attesa di una riscrittura che non è mai arrivata. Se il film volesse essere un’esperienza di puro orrore atmosferico, potrebbe funzionare comunque — il genere horror ha esempi di film che buttano via la trama a favore di sensazioni pure (certi film di Gaspar Noé per dire, o Tusk di Kevin Smith nei momenti migliori). Ma per farlo bisogna mantenere la tensione costante, bisogna che ogni fotogramma faccia sentire lo spettatore in pericolo. Backrooms non lo fa nei secondi e terzo atto.
D’altro canto, se il film volesse raccontare una vera storia — con archi narrativi, con personaggi che imparano qualcosa, con una logica interna che regge — allora avrebbe dovuto sviluppare caratterizzazione, motivazioni, conflitti interpersonali all’interno dello spazio minaccia. Avrebbe dovuto decidere se le backrooms sono una punizione metafisica, un esperimento scientifico andato male, un buco nella realtà, oppure qualcos’altro di completamente diverso. E una volta deciso, avrebbe dovuto costruire la storia su quella base. Parsons non fa nessuno dei due abbastanza bene. Il risultato è un film che si trascina senza direzione, che accumula immagini spettacolari ma narrative vuote.
C’è una sequenza intorno al minuto 35-40 dove il film raggiunge il suo picco di tension. Il protagonista scopre tracce della presenza di altri, trova una mappa disegnata approssimativamente, realizza che gli spazi si ripetono in modo impossibile dal punto di vista geometrico. In quel momento il film funziona — la creepiness è tangibile, senti il disorientamento. Ma è come se Parsons avesse bruciato tutto il materiale interessante in una scena sola, senza sapere come prolungare quella sensazione negli ultimi 60 minuti di film. Dopo quella sequenza, il film cerca di darsi una spinta narrative con l’introduzione di più personaggi e una sorta di conflitto, ma arriva troppo tardi e con troppa poca credibilità narrative.
Il crollo del terzo atto
E poi c’è il terzo atto. È qui che il film crolla completamente, come una struttura che ha perso le fondamenta. Senza spoiler: la tensione che era stata accumulata (e che, nonostante tutto, reggeva il film fino al minuto 50-55) semplicemente evapora. Le scelte narrative che il regista fa non hanno senso, non rispetto alle regole che il film stesso ha stabilito, per quanto vaghe. C’è una decisione specificamente nei ultimi 20 minuti che cambia totalmente il genere del film — da horror atmosferico a qualcosa di completamente diverso — senza che il film abbia preparato il terreno per questo cambio. Sembra una svolta decisa in post-produzione, una disperata ricerca di senso narrativo dove non ce n’è stato da progettare inizialmente.
Il finale non è ambiguo in modo intelligente. È confuso. Non capisco cosa abbia significato quello che ho visto, e non è perché voglio riflettere — è perché il film non ha mai stabilito le coordinate per capirlo. Rimane un’esperienza da sopportare fino alla fine, quando poteva essere stato un piccolo film horror interessante e concentrato se si fosse fermato al minuto 60 e basta. Una brevità deliberata avrebbe potuto essere una scelta consapevole: trasformare il cortometraggio in un mediometraggio, mantenerlo su quella lunghezza, e accettare i limiti del concetto. Invece la pressione di fare un lungometraggio commerciale ha spinto il progetto oltre quello che poteva reggere narrativamente.
Quello che Parsons sa fare
Parsons ha talento, va riconosciuto. Lo si vede nella costruzione dell’atmosfera, nella direzione della fotografia, nella capacità di creare disagio visivo senza ricorrere al genere horror tradizionale dei mostri e del sangue. Ha uno sguardo registico riconoscibile: ama gli spazi vuoti, gli angoli stretti, la prospettiva distorta. Sa come usare la camera per disorientare. Se vedrai i suoi prossimi film — perché presumo ne farà altri — proverai probabilmente di più. Ma questo film specifico è il segno di un registista giovane che non aveva ancora gli strumenti narrativi per controllare l’idea che aveva. Avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più forte, di un produttore creativo che lo aiutasse a dire di no a certe tentazioni, o di trovare il coraggio di mantenere il film su quella lunghezza e quella scala che funzionavano.
Dove lo vedi e verdetto finale
Backrooms è una di quelle occasioni mancate che ricorda come una buona idea senza una storia solida rimane solo un’idea, per quanto affascinante visivamente. Se cerchi un horror d’atmosfera ben costruito e coeso, aspetta qualcos’altro — ci sono film indie con il doppio del budget e la metà delle idee che mantengono la tensione meglio di questo. Se sei curioso del fenomeno delle backrooms come concetto e vuoi vedere come viene tradotto al cinema, il primo atto potrebbe fare per te — ma non è abbastanza per reggere il biglietto d’ingresso al cinema o il tempo di una serata.
Il film è disponibile in sala (cinema) dal marzo 2024 nelle versioni sottotitolate, ed è poi approdato su piattaforme streaming. Se lo guardi, sappi che probabilmente apprezzerai la prima metà e ti chiederai dove è finito il film nella seconda. E onestamente, la domanda resterà senza risposta.



