Nicolas Winding Refn torna al cinema dopo dieci anni e sceglie di non tornare affatto. Her Private Hell, presentato fuori concorso a Cannes 79, è un film che conosce perfettamente il baratro in cui sta sprofondando e vi si tuffa dentro consapevolmente, forse persino con una certa perversa serenità. La trama — una giovane donna tormentata, Elle (Sophie Thatcher), in cerca di suo padre mentre una metropoli futuristica è avvolta da una nebbia letale e un killer miete vittime tra le ragazze — è un pretesto narrativo così flaccido che diventa quasi irrilevante. Non è il racconto che conta; è la forma, il neon, lo sguardo. È il marchio Refn che si guarda allo specchio.
Dieci anni fa, The Neon Demon aveva già stabilito il territorio: bellezza femminile come culto feticista, patriarcato come demone, forma patinata e dorata come unico viatico per affrontare (o nascondere?) il vuoto creativo sottostante. Ma allora c’era ancora una forza ancestrale nei film di Refn, una visione che mordeva. Qui, il regista danese pare davvero ancorato a un eterno remake di se stesso, prigioniero delle proprie ossessioni, incapace di evolvere ma completamente consapevole di questa impotenza. Anzi: l’ha trasformata in manifesto estetico.
La cosa più onesta di Her Private Hell è che ammette candidamente il suo vuoto. I dialoghi sono ridotti all’osso — non per efficacia narrativa, ma perché parlare significherebbe riconoscere che c’è qualcosa da dire. La nebbia che avvolge la storia non è un elemento di suspense; è la stessa opaca coltre di sterilità in cui Refn sembra ormai irrimediabilmente sprofondato. Tutto è costruito come un altare — a se stesso, al proprio bagaglio immaginifico, al brand “by NWR” che ormai è diventato irrinunciabile. Le citazioni (Blade Runner col suo K, Mario Bava, Donaggio) non vengono richiamate per profondità: vengono sbattute in faccia con una sfrontatezza quasi adolescenziale, come se il regista stipulasse un patto di fiducia al ribasso con lo spettatore. In altre parole: fidati di me perché sono Refn. Non perché ho una storia da raccontarti.
Eppure c’è qualcosa di paradossalmente affascinante in questa resa. Refn sa benissimo dove sta andando — da nessuna parte — e lo fa comunque con una meticulosità formale impeccabile. La colonna sonora di Pino Donaggio mantiene una densità atmosferica notevole, e l’estetica neon è coherente fino al soffocamento. Il regista ha detto di aver vissuto un’esperienza di premorte prima di realizzare questo film, e forse è vero: Her Private Hell sembra il lavoro di qualcuno che ha visto il nulla e ha deciso di trasformarlo in immagine, senza scuse, senza filtri, senza nemmeno il tentativo di raccontarti perché. È una catarsi dello stile, o forse una sua dissoluzione finale.
La vera questione è se una simile consapevolezza — del proprio baratro creativo, della propria ossessione fissata, della propria incapacità di evoluzione — conti come onestà artisticamente rilevante o come resa. Il film lo sa, e sembra quasi divertito dal paradosso. Refn è un marchio di se stesso, come lui stesso sa. Ha lavorato per spot di grandi case di moda, ha fatto serie televisive che erano installazioni video-artistiche, e ora eccolo qui: con un film che è una lunga, fredda, meticolosa immagine pubblicitaria dove l’unico prodotto venduto è il vuoto.
Della forza dei suoi primi film sopravvivono solo i totem irrinunciabili: le ossessioni per le mani, per la castrazione del maschio, per il potenziale erotismo della violenza. Ma anche questi sono stati svuotati di contenuto e trasformati in pattern estetico. Le donne di Refn continuano a essere fate, streghe, divinità soprannaturali — ma ora sono divinità completamente vuote, specchi di un vuoto più grande. E il regista lo sa, e forse glielo interessano proprio per questo.
Her Private Hell è un film per chi ama il cinema come forma pura, come esperienza sensoriale senza pretesa di significato, come esercizio estetico al limite dell’ossessione. È un film che non vuole dirti nulla e lo fa con stile impeccabile. Per chiunque cerchi una storia, un’evoluzione, una ragione per stare lì al buio per due ore — questo film è esattamente quello che vi spaventerebbe: consapevolmente, orgogliosamente vuoto. E probabilmente Refn lo sa, e se ne importa poco. È disponibile al cinema dal 2026, nei limiti della sua programmazione in sala d’essai, dove trova il suo pubblico naturale: chi ha pagato il biglietto aspettandosi il neon, e basta.



