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"Star Wars: The Mandalorian and Grogu" — Recensione

Recensione

"Star Wars: The Mandalorian and Grogu" — Recensione

2.5 su 5
2026 2h 12m AvventuraFantascienzaAzione

Alessio non si lascia sedurre dal duo padre-figlio. Un entry point debole per una saga in crisi: nostalgia e fan service non bastano più.

di Alessio Valtolina ·

Ecco il problema: The Mandalorian and Grogu sa perfettamente come fare breccia nel cuore. Quella coppia — il mandaloriano taciturno e il piccolo Grogu con gli occhioni — è diventata un’icona, un rifugio emotivo per chi ama Star Wars ma non sa più dove cercarlo. E il film di Jon Favreau lo sa. Lo sa talmente bene che costruisce tutto intorno a questa consapevolezza, trasformandola in una sorta di patto: dammi nostalgia, dammi tenerezza, dammi una mano sulla spalla e il gioco è fatto. Il problema è che il gioco, stavolta, non è abbastanza. E se ripensi a come Favreau ha già provato a salvare altre saghe — da Iron Man in poi — riconosci subito il pattern: ritmo sicuro, effetti competenti, niente che disturbi. Ma Star Wars non ha bisogno di un manager del brand. Ha bisogno di un visionario.

Partiamo da quello che funziona, perché funziona davvero. La chimica fra Pedro Pascal (che interpreta Din Djarin, il Mandaloriano) e il piccolo trovatello verde è sedimentata, non costruita. Tre anni dalla serie — una durata che nel nostro presente streaming equivale a tre vite —, la loro relazione ha una profondità che il cinema mainstream raramente raggiunge. Non c’è bisogno di dialoghi. Din indossa l’elmo, Pascal recita con la voce e la spalla, e tutto il resto lo ricostruisce il pubblico dentro di sé. È uno dei pochi miracoli davvero riusciti del franchise moderno. Grogu, poi, è semplicemente irresistibile: un personaggio che ha saputo conquistare chiunque, dalla Gen Z ai quarantenni cresciuti su Return of the Jedi. Non è un accident di design; è calcolo narrativo puro, e Favreau non ha il compito di inventarlo da zero. Deve solo mantenerlo, proteggerlo, dargli lo spazio giusto. E qui ci riesce, almeno sulla carta.

Ma è proprio in questo spazio protetto che risiede il problema più grande: il film non vuole rischiare nulla. Le fonti lo dicono esplicitamente, ciascuna a suo modo. BadTaste parla di «nostalgia della trilogia originale» e «logiche industriali Disney», due forze che si contendono il film senza che nessuno vinca davvero. Movieplayer, da parte sua, celebra il «duo più adorabile» e la «storia più tenera», riconoscendo implicitamente che la strategia è emozionale, non narrativa. È come se Favreau — regista che ha dimostrato di saper maneggiare il blockbuster con mestiere sicuro, da Iron Man a The Lion King — avesse ricevuto dal sodalizio Disney-Lucasfilm un brief molto preciso: non disturbare, non innovare, accarezzare. E il film obbedisce, docile, con la consapevolezza di chi sa di tradire la propria natura ma accetta il compromesso. Qui arriviamo al cuore del giudizio: in questo momento storico, per una saga che ha già speso tutto il suo patrimonio mitologico in tre film mediocri e una manciata di serie televisive, la tenerezza non è abbastanza. Star Wars ha bisogno di una visione, di un’idea, di rischio. Questo film offre un abbraccio.

La trama — senza spoilerare — è prevedibile in modo che quasi urla il suo disagio. Non è cattiva. Favreau sa come dirigere azione, sa come dosare i tempi, sa come costruire una sequenza nella quale uno sciame di nemici avanza da tre direzioni e tu non perdi mai di vista il protagonista. Visivamente il film è competente, anzi, è ben costruito. C’è una scena nel secondo atto dove Din e Grogu si ritrovano intrappolati in una fortezza — il genere di set piece che il blockbuster ama —, e lì la regia funziona: ritmo pulito, inquadrature che ti guidano, effetti digitali che non urlano la loro sinteticità. Ma il problema è che questa stessa scena potrebbe stare identica in tre film diversi. È competenza, non visione. E Star Wars in crisi ha bisogno di visione, non di competenza. Quando guardi il finale del secondo atto — un momento che dovrebbe sorprendere, dovrebbe spaccarti qualcosa — riconosci subito il meccanismo: è il momento previsto, è il punto nel quale la trama gira, è il battito cardiaco della struttura a tre atti. Niente di più, niente di meno.

Quel che colpisce più di tutto, leggendo fra le righe delle due recensioni, è una sorta di malinconia che permea il film — non quella positiva, ricca, che sa di memoria con gravitas (come in Blade Runner 2049, per capirsi), ma quella passiva di chi sa che la magia non tornerà. BadTaste la cattura perfettamente: «malinconia per una magia irripetibile». Cioè: il film sa che il passato era meglio, e rinuncia a combattere per il presente. Non è una scelta coraggiosa; è resa. Ed è una resa che sente anche il pubblico — quel senso di inevitabilità, quel tocco di scoraggiamento che trasuda dagli ultimi venti minuti. Quando un film di Star Wars arrende le armi così apertamente, diventa difficile consigliarlo a chiunque non sia già un fan consolidato. E qui tocchiamo la questione più amara: il film è pensato per i fan, nutre i fan, parla ai fan — ma lo fa nel modo più conservatore possibile, come se avesse paura che una novità, un’idea ardita, li allontanasse.

Ci sono momenti in cui il film ti accarezza davvero. Una sequenza nel primo atto, quando Grogu scopre qualcosa — non dico cosa per non spoilerare —, ha la dolcezza giusta, la pacing corretta, il timing di una commedia che sa costruire una gag emotiva. Lì, per un attimo, pensi che forse Favreau ha intenzione di giocare davvero. Ma è un attimo. Poi il film torna a respirare con cautela, torna a proteggere i propri personaggi invece di metterli alla prova, torna a rassicurare. E la rassicurazione, sei sei anche solo un po’ addentro a Star Wars in questi anni difficili, suona come una sconfitta annunciata.

Per un sedicenne che scopre Star Wars, questo film è un’occasione persa. Per un quarantenne che ama Din e Grogu dopo la serie TV, è un fine settimana accettabile — non ti lascia con il sorriso, ma almeno ritrovi le persone che ami. Per Alessio, che si aspetta da Star Wars — persino ora, persino nella sua crisi profonda — un’intenzione oltre la nostalgia e il merchandising? È una delusione. Non perché sia brutto tecnicamente. È perché è consapevole della sua mediocrità e non lotta contro di essa. Favreau ha fatto un film sicuro, e una saga in crisi non ha bisogno di sicurezza. Ha bisogno di follia, di rischio, di qualcuno disposto a dire «mi importa meno del merchandising, mi importa di fare qualcosa che non abbiamo visto». Invece no. Invece tutto rimane dentro gli argini.

Tirando le somme: The Mandalorian and Grogu è un film che ama i suoi personaggi, che li coccola, che sa strapparti un sorriso quando Grogu fa il Grogu — perché Grogu è fatto per essere adorabile, è la sua unica funzione narrativa, ed è un’abilità senza paralleli nel cinema contemporaneo. Ma amore non basta. Protezione non basta. Star Wars aveva bisogno di coraggio, e questo è l’ultimo aggettivo che viene in mente vedendolo. È un’estensione della serie, non un film — è nostalgico quando dovrebbe essere audace, timido quando dovrebbe essere consapevole della propria importanza. In altre parole: è tutto quello che Star Wars non dovrebbe fare adesso, e però lo fa comunque, sapendo benissimo di sbagliare. Il film arriva al cinema il prossimo anno, e quando lo vedrai — e lo vedrai, perché è Star Wars, e il marketing farà il resto — ricorderai questa recensione nel momento in cui la colonna sonora di John Williams ti prenderà per le spalle e il film dirà «vedi? io so ancora come farti sentire». Sì. Ma sentire non è vivere.

Pregi

  • La chimica tra Din Djarin e Grogu rimane il cuore emozionale del progetto
  • Jon Favreau conosce bene la materia e mantiene il tono affettuoso della serie
  • Sequenze d'azione solide e visivamente competenti

Difetti

  • Trama prevedibile che non aggiunge nulla di sostanziale alla mitologia di Star Wars
  • Malinconia nostalgica che ammazza qualunque rischio narrativo
  • Il film sembra consapevole di essere un'estensione commerciale piuttosto che un'opera
2.5 su 5

Verdetto

Grogu è adorabile, ma questo non basta. Un film che accarezza i fan senza rischiare nulla, sintomo di una saga stanca e prigioniera della sua stessa eredità.