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"Doc – Nelle tue mani 4" — Recensione

Recensione

"Doc – Nelle tue mani 4" — Recensione

2.5 su 5
2020 DrammaAction & Adventure

Luca Argentero torna all'Ambrosiano con buone intenzioni ma poca sorpresa. La quarta stagione di Doc è fedele a se stessa, per il bene e il male: tema importante, didatticismo esasperante.

di Alessio Valtolina ·

Doc – Nelle tue mani 4 arriva su Rai 1 con Luca Argentero e promette di raccontare ancora la medicina italiana, stavolta con uno sguardo più cupo sulla crisi del Servizio Sanitario Nazionale. Il problema è proprio questo: la promessa è buona, ma il modo in cui viene mantenuta è stancante. Dopo tre stagioni di successo costruite su quella formula affidabile di dramma ospedaliero italiano che mescola casi clinici, dinamiche personali e lezioni morali, la quarta stagione ripete lo schema senza trovare vera novità. È fedele a se stessa — il che è insieme confortante e frustrante.

Andrea Fanti rientra al Policlinico Ambrosiano dopo più di un anno passato accanto alla ex moglie Agnese (Sara Lazzaro), e trova tutto sovvertito. L’ospedale ha attraversato una fase economica disastrosa, il nuovo direttore sanitario ha imposto tagli, e Giulia Giordano (Matilde Gioli) è diventata primaria — una scelta che non ama fare, ma che ritiene indispensabile per salvare la struttura. Per la prima volta nella serie, non è così semplice dire chi abbia ragione fra i due. È il momento più interessante della stagione, e di fatto è il punto da cui tutto dovrebbe partire. Invece, la serie sceglie di dirlo esplicitamente, ribadirlo, spiegarlo, martellarlo. E qui iniziano i veri problemi.

La questione della sanità pubblica italiana è tutt’altro che fuori posto — fra carenza di personale, tagli ai servizi e medici di famiglia allo stremo, il tema è concreto e urgente. Lo sa benissimo la scrittrice principale della serie, che ha costruito la narrazione proprio attorno a questa urgenza. Il guaio è che Doc torna fedele al suo modo di funzionare, il quale consiste nel non lasciare nulla all’interpretazione dello spettatore. Se la trama vuole dirvi che il sistema sanitario è in crisi, la serie non si limita a mostrarvi un ospedale che funziona male — no, vi ripete la parola “sanità” un numero di volte tale da farvi contare i minuti fino al termine dell’episodio. Non è elegante, non è necessario, e soprattutto tradisce una sfiducia profonda nella capacità di comprensione di chi guarda. È come se la serie temesse che il pubblico non capisse il messaggio, e per questo glielo grida addosso.

Questo didatticismo dilaga specialmente nei dialoghi fra Andrea e Matteo, il nuovo specializzando (legato a un grave errore ospedaliero che apre un’indagine interna). Le loro conversazioni dovrebbero essere momenti di apprendimento naturale — il maestro che guida il giovane medico attraverso dilemmi etici e professionali. Invece si trasformano spesso in brevi lezioni morali, frasi ad effetto che suonano più come propaganda che come narrazione autentica. “Prima il paziente, poi il resto”: l’idea è giusta, il tema è importante, ma quando lo senti ribadire in questo modo, ogni volta che due personaggi si incontrano, finisce per suonare svuotato di significato. È la differenza fra raccontare e convincere — e Doc sembra sempre più interessata alla seconda opzione.

Ciò detto, la serie non è priva di momenti di grazia. Andrea Pennacchi, che interpreta Dante Pellegrini (il padre di Matteo e medico di famiglia), compare poco ma lascia subito il segno. La sua recitazione è magnetica, delicata, mai forzata — sembra la controparte naturale di quel didatticismo esasperato che invade gli altri dialoghi. Quando Pennacchi parla, riempie la scena non con spiegazioni ma con una densità emotiva che comunica tutto senza necessità di dire tutto. È lezione di cinema — quella autentica. Anche il rapporto fra Andrea e Giulia mantiene un equilibrio interessante: lui che urta contro i limiti del sistema, lei che si trova stretta fra l’idealismo che condivide e la responsabilità amministrativa che ora porta sulle spalle. Matilde Gioli gestisce bene questa tensione, e quando Argentero e Gioli condividono una scena, c’è ancora chimica — il conflitto fra loro non è mai manicheo, non è mai scontato chi abbia ragione. Peccato che tutto intorno sia così pesante.

Dopo tre stagioni, le dinamiche cominciano a stancare. C’è Andrea Fanti che si scontra con chi pone limiti alla sua idea di medicina e va dritto per la sua strada. C’è Giulia che è stretta fra lui e le responsabilità del suo nuovo ruolo. Ci sono i più giovani che imparano sul campo cosa significhi essere medici nel caos del sistema italiano. Sono elementi che abbiamo visto ripetersi — non sempre, ma spesso — e che questa stagione non riesce a rigenerare con sufficiente brio. Una scena emblematica arriva nel secondo episodio: Andrea scopre che una procedura diagnostica è stata saltata per ragioni di budget. La sua reazione è giusta, la frustrazione è autentica. Ma la serie non riesce a fermarsi — deve poi mostrare, spiegare, e far commentare ai personaggi quello che lo spettatore ha capito benissimo da solo. Emerge quella sfiducia di cui parlavo: la serie non vi lascia respirare, non vi permette di giungere alle conclusioni, ve le impone.

La trama del mistero, la lettera anonima che collega alcuni decessi sospetti all’Ambrosiano, promette di muovere le acque e introdurre una tensione più cupa di quella solita. È un cambio di passo necessario, una sfida ai limiti della formula. Ma non è abbastanza per compensare la sensazione di territorio già mappato. Vedete arrivare le battute morali, gli scontri attesi, le lezioni di medicina disegnate a matita prima ancora che la scena cominci. È il difetto più grande di questa quarta stagione: non sorprende. E per una serie che ha costruito il suo appeal proprio su quella combinazione di intrigo umano e rigore didattico, non sorprendere è quasi imperdonabile.

Ciò detto, se avete amato Doc dalla prima stagione, questa quarta vi offrirà ancora quello che siete venuti a cercare: un cast che sa il fatto suo (soprattutto Luca Argentero nella sua affidabilità costruita nel tempo e Matilde Gioli nella loro dialettica sempre equilibrata), storie di pazienti che fanno riflettere, episodi che toccano temi reali del nostro sistema sanitario. È guardabile, non è un disastro — soprattutto non è un tonfo. È solo che dopo tre stagioni e tutta questa militanza narrativa, fiondatevi nella quarta senza aspettarvi sorprese vere. Quello che c’è, lo avete già visto prima, e lo ritroverete con gli stessi schemi, gli stessi ritmi, lo stesso tono predicatorio.

Doc – Nelle tue mani 4 è disponibile su Rai 1 in prima serata. Per chi ha seguito la serie fin qui, è una scelta scontata ma ancora fedele al DNA della fiction. Per chi si avvicina per la prima volta: andate alle stagioni precedenti prima — almeno nelle prime due troverete più brio e meno stanchezza narrativa. Il tema della sanità italiana rimane importante, urgente e degno di essere raccontato: peccato che questa stagione lo affoghi sotto il peso del didatticismo invece di lasciarlo respirare.

Pregi

  • —Andrea Pennacchi è magnetico e delicato, ricorda che si può dire molto senza dire tutto
  • —Il tema della sanità pubblica italiana è attuale e urgente
  • —Il conflitto fra Andrea e Giulia (ora primaria) non è manicheo

Difetti

  • —Spiegoni continui: la serie non ha fiducia nello spettatore, trasforma scene in lezioni propagandistiche
  • —Dinamiche già viste — Andrea che urta contro i limiti, Giulia stretta fra idealismo e responsabilità ricorrono da tre stagioni
  • —Ridondanza verbale: 'sanità' e 'Servizio Sanitario' ripetuti ossessivamente invece di essere mostrati
  • —Manca brio e novità — il mistero della lettera anonima promette di muovere le acque ma non basta
2.5 su 5

Verdetto

Doc torna fedele a sé stessa, il che è insieme confortante e frustrante. Un tema importante offuscato da troppo didatticismo.