Vai al contenuto
"Due Spicci" — Recensione

Recensione

"Due Spicci" — Recensione

4.0 su 5
2026 4h AnimazioneCommediaDramma

Zerocalcare chiude il cerchio con una serie amara e matura. Una storia disillusa sulla generazione dei millennial, scanzonata ma profondamente dolorosa. Vale la pena.

di Alessio Valtolina ·

Due Spicci è il capitolo conclusivo di un viaggio che Zerocalcare ha iniziato anni fa, e non è una serie che guardi per divertirti. È una che guardi perché hai bisogno di sentire che qualcuno ha capito il vuoto della tua generazione, quel senso di tradimento istituzionalizzato che caratterizza chi è nato negli anni Ottanta e Novanta e si è ritrovato a affrontare una realtà completamente diversa da quella promessagli dalle generazioni precedenti.

Michele Rech — questo è il vero nome dietro il fumettista di Rebibbia — torna su Netflix il 27 maggio con questa terza opera animata, e qui l’intento è chiaro fin dal titolo. Due spicci significa poco, significa niente, significa esattamente quello che molti di noi sentono quando guardiamo al futuro. Non è una metafora sottile: è l’ammissione che il progetto, l’idea di poter contare su qualcosa, si è ridotto al minimo. E proprio perché il tema è questo, Zerocalcare non rinuncia al suo marchio di fabbrica — lo humor scanzonato, il sarcasmo veloce, le riflessioni a voce alta del personaggio principale. Solo che stavolta il riso non è leggero. È il riso di chi ha visto qualcosa e non riesce più a non vederla.

Il ciclo che si chiude

La serie viene ufficialmente definita come la conclusione di un ciclo narrativo iniziato con la prima stagione, diversi anni fa. Non sono previste altre opere animate curate da Rech dopo questa, almeno stando a quanto annunciato negli ultimi mesi. Quindi Due Spicci non è solo una nuova storia: è un sigillo. E quel sigillo pesa. Pesa perché la storia che racconta è quella di una generazione — i millennials, i Gen Z al limite — che ha imparato a convivere con l’idea che le cose non andranno come speravano. Non per colpa loro, ma per via di un sistema che li ha consumati prima ancora che iniziassero davvero. La crisi economica, il precariato, la politica che non ascolta, le promesse mai mantenute. Tutto questo è nel DNA di Due Spicci, e il fatto che Zerocalcare lo racconti senza mai perdere il tono scanzonato lo rende ancora più amaro, ancora più vero.

Chi conosce il lavoro di Rech sa già quali sono i presupposti: il suo stile è nato nei fumetti — dalla serie Diario di un maschio depresso fino ai graphic novel più recenti — e quando è passato all’animazione ha portato con sé quella capacità di mescolare il quotidiano più triviale con intuizioni filosofiche sedute al bar. L’approccio narrativo rimane il medesimo anche qui: prende una situazione apparentemente leggera, la piega verso l’assurdo, arriva a una riflessione che ti colpisce fra le spalle. Solo che stavolta le riflessioni non sono spunti divertenti — sono considerazioni sulla rassegnazione, sulla solitudine, sul fatto che la tua generazione è stata tradita da tutte le istituzioni, da tutti i sistemi che avrebbe dovuto poter sfruttare. E il fumettista non si nasconde dietro metafore esageratamente simboliche. Parla dritto, come sempre, ma quello che dice è più pesante, più definitivo.

Animazione e regia: il servizio alla storia

La produzione è ancora una volta affidata a Movimenti Production in collaborazione con DogHead Animation, le stesse realtà che hanno curato le stagioni precedenti. Questo significa che il livello tecnico è garantito: l’animazione è al servizio della storia, il ritmo è preciso, la direzione artistica mantiene coerenza con le opere già realizzate. Non ci sono sorprese stilistiche, e francamente non ce n’è bisogno. Il collage di materiali diversi, i disegni schizzati che esplodono sullo schermo, il mix fra scene dialogate calme e sequenze di montaggio vorticose — tutto questo è già il marchio riconoscibile di Zerocalcare animato. Quello che cambia radicalmente è il contenuto, non il contenitore.

Prendi ad esempio una delle sequenze che emerge dalle descrizioni delle fonti: il momento in cui il protagonista si ferma a osservare come gli amici intorno a lui hanno trovato una loro stabilità — qualcuno una famiglia, qualcuno un lavoro, qualcuno semplicemente una ragione per svegliarsi. E lui no. Non per incapacità, non per pigrizia, ma perché il sistema non ha previsto spazio per lui. La scena non è mostrata come tragedia — è mostrata come normalità, come la cosa più naturale del mondo, e proprio per questo è devastante. Zerocalcare ti fa ridere mentre ascolti una verità che non volevi sentire.

Un’altra sequenza che segna il tono della serie: il personaggio principale discute con amici su cosa significhi “avercela fatta”. E mentre parlano, sullo schermo vedi flash delle loro vite, brevissimi momenti che raccontano non il successo ma l’assenza di disastro. Non hanno vinto, semplicemente non hanno perso. Non è comico in senso tradizionale, ma è scanzonato, leggero nel tono, pesantissimo nel significato. Questo è il territorio di Zerocalcare: quella zona grigia dove l’assurdo e il reale si toccano e diventa impossibile dire dove finisce uno e inizia l’altro.

Quel che rimane

Se devo essere onesto, Due Spicci non è una serie che guardi e poi dimentichi. Non è neanche una serie che guardi e ti senti meglio. È una che ti lascia con una sensazione di verità scomoda, il tipo di verità che Zerocalcare riesce a far passare perché la confeziona con battute e scene piene di energia. I personaggi si muovono, il ritmo non cala mai, le dialoghi mantengono vitalità. Ma il messaggio di fondo è immobile e chiaro: siamo stati fottuti, sappiamo di essere stati fottuti, e adesso ridiamo perché è l’unica cosa sensata che possiamo fare. Questo non è intrattenimento ordinario. È cinema da digerire, da masticare, da ripensare dopo una settimana. È opera che capisce che il suo pubblico — millennials, persone fra i venticinque e i quaranta anni — non ha bisogno di essere intrattenuto, ha bisogno di essere visto. Di sentire che qualcuno ha capito.

Zerocalcare non è mai stato uno che offre soluzioni. Non è quello che ti dice “va tutto bene, guarda il lato positivo”. È quello che ti guarda negli occhi e dice “sì, è tutto un disastro, ma almeno lo vediamo insieme”. E in questo particolare momento storico, dove la disperazione è reale e diffusa ma viene ancora censurata dalle forme di conversazione pubbliche, un’opera così è quasi un atto di resistenza. Non è resistenza nel senso eroico, è resistenza nel senso di rifiuto di mentire. Di rifiuto di fingere che va tutto bene quando non va bene.

La densità emotiva della serie è sicuramente qualcosa da considerare. Non è leggera, non è pensata per essere consumata in background mentre scrolli il telefono. Richiede attenzione, richiede che tu sia presente. Se cerchi qualcosa di facile, di divertente nel senso tradizionale, questo non è il posto. Se cerchi qualcosa che riconosca il dolore della tua generazione e non abbia paura di guardarlo in faccia, senza però diventare insopportabilmente pesante, qui troverai esattamente quello.

Tirando le somme: Due Spicci è la conclusione che un’opera iniziata anni fa meriterebbe — amara, sincera, ancora dotata di umorismo ma senza illusioni. Zerocalcare chiude il cerchio e lo fa bene, lasciando in giro un senso di incompiutezza che però è esattamente il punto. Non è un finale che risolve, è un finale che riconosce. E per una serie che parla di una generazione che non ha mai ricevuto risoluzioni, questo è perfetto. La serie è disponibile su Netflix dal 27 maggio 2026.

Pregi

  • Tono maturo e disilluso, che usa l'umorismo per affrontare il dolore
  • Chiusura di un cerchio narrativo iniziato cinque anni fa
  • Rappresentazione sincera della generazione millennial e delle sue difficoltà
  • Regia e animazione curate da Movimenti Production e DogHead Animation

Difetti

  • La densità emotiva potrebbe risultare faticosa per chi cerca leggerezza pura
4.0 su 5

Verdetto

Zerocalcare consegna una serie che non rinuncia al sarcasmo ma affonda le radici nel dolore vero. Non è intrattenimento facile, è cinema da digerire.