Ci siamo. The Bear ha chiuso i battenti, e l’ha fatto nel modo che forse era inevitabile: non con un abbraccio rassicurante, ma con uno sguardo dritto negli occhi alla realtà di Carmy Berzatto e dei suoi. Christopher Storer, creatore e showrunner, è rimasto fedele a se stesso fino all’ultimo fotogramma, e quella è la cosa più importante che posso dire su questa quinta e ultima stagione della serie che in quattro anni ha riscritto gli standard del drama televisivo contemporaneo.
Il peso di una conclusione coerente
Per chi ha seguito The Bear fin dal principio, sapeva che non avremmo mai avuto uno di quei finali dolciastri dove tutto si aggiusta, dove il protagonista ha imparato la lezione e torna a casa portando la saggezza acquisita come una medaglia. The Bear non funziona così. È una serie che ha sempre guardato il genio culinario e il caos mentale come la stessa cosa: inseparabili, spesso distruttive, sempre affascinanti. La stagione 5 non tradisce quel patto con il pubblico — anzi, lo rispetta più che mai, e lo fa con una densità emotiva che raramente il piccolo schermo riesce a contenere.
Jeremy Allen White, nel ruolo di Carmy, ha incarnato per cinque stagioni un personaggio che si dibatte fra l’aspirazione all’eccellenza e l’autodistruzione. Non è un eroe classico: è un uomo intrappolato fra il ricordo del padre defunto, l’eredità di una cucina che lo ha cresciuto, e il bisogno urgente di non finire come tutti gli altri nella sua famiglia. Nella stagione finale, White non ha più il lusso della sfumatura — è costretto a guardare in faccia chi è veramente. E lo fa con una vulnerabilità disarmante. Ci sono momenti in cui il personaggio non parla nemmeno, e eppure la marea di emozioni che passa attraverso lo sguardo di White è devastante.
Attorno a lui, il cast secondario funziona come una macchina perfezionata. Ebon Moss-Bachrach, nei panni di Richie Jerimovich, continua a offrire quella miscela di tenerezza e disperazione che ha reso il personaggio uno dei più interessanti della serie. Abby Elliott, come Sugar Berzatto, è il fulcro emotivo della famiglia — ed è in questa stagione che capisci quanto sia stata importante la sua presenza silenziosa nei momenti più bui. Lionel Boyce, nel ruolo di Marcus, il pastry chef ossessionato dall’eccellenza proprio come Carmy, rappresenta uno specchio del protagonista che funziona narrativamente in modo impeccabile. E poi c’è Liza Colón-Zayas, che come Tina conclude un arco di redenzione che è stato uno dei punti più forti della serie.
Cosa funziona nella densità
Ciò che colpisce della chiusura di Storer è che non scappa dal difficile. Quando hai una serie che per quattro stagioni ha costruito una tensione crescente attorno a un uomo che tenta di salvare se stesso attraverso il lavoro, attraverso l’eccellenza, attraverso il controllo ossessivo, non puoi finire con “e allora Carmy ha imparato a stare bene”. Sarebbe una tradizione di quello che è il tema centrale della narrazione. Storer lo sa perfettamente, e invece quello che fa è ancora più interessante: prende quella tensione, quel dolore irrisolto, e lo trasforma in qualcosa di più grande — non una soluzione facile, ma una consapevolezza che brucia proprio perché non è consolatoria.
C’è una scena nel secondo episodio dove Carmy si ferma in mezzo alla cucina del nuovo ristorante — ancora non completamente aperto — e semplicemente non riesce a respirare. Non è panico nel senso drammatico: è più sottile, più corrosivo. È il momento in cui capisci che questa stagione non sarà catarsi nel senso tradizionale. È paralisi mascherata da movimento. È il riconoscimento che anche quando tutto è tecnicamente in ordine, quando la cucina è perfetta, quando i piatti sono corretti, il demone non se ne va. Storer non mostra questa scena per dire “guarda che bravo Carmy a superare le sue ansie”. La mostra per dire: “questo è il prezzo vero della ricerca dell’eccellenza”.
Un’altra sequenza che resta dentro è quando Carmy e Richie hanno una conversazione che non è la conversazione che ti aspetti. Non è il momento di riconciliazione catartico dove tutto viene detto. È qualcosa di più dannato: è due persone che si conoscono bene, troppo bene, e che sanno esattamente come farsi male. Il dialogo è minimalista, ma le pause fra una battuta e l’altra contengono interi universi di storia. È il tipo di scrittura che ricorda perché The Bear ha elevato il livello del drama televisivo: la capacità di dire il massimo dicendo il minimo.
La struttura della quinta stagione
La quinta stagione è un’opera concentrata. Non ci sono distrazioni, non ci sono sottotrame svuotate che si trascinano per il gusto di riempire il runtime. Ogni scena conta, ogni momento è pesato come se Storer stesso stesse cucinando — niente è lì per sbaglio. Il viaggio emotivo di Carmy verso la conclusione della sua storia è quello che definisce i dieci episodi della stagione, e per quanto riguarda la qualità narrativa, è difficile trovare da eccepire. Storer mantiene il controllo registico e drammaturgico fino all’ultimo minuto, e sa esattamente come torcerti lo stomaco quando serve, senza mai scadere nel melodramma.
La serie nasce da una premessa semplice — uno chef che torna a casa dopo anni di lavoro in ristoranti stellati a riprendere il ristorante di famiglia — ma nel corso di cinque stagioni Storer ha trasformato quella premessa in un’indagine sul dolore intergenerazionale, sulla dipendenza dal lavoro, sulla ricerca ossessiva della perfezione come maschera per il trauma. Nella stagione finale, tutti questi temi convergono. Non vengono risolti — e questo è il punto — ma raggiungono una densità tale che il personaggio non può più ignorarli.
Il commiato
Ci sono persone che entreranno in questa stagione finale sperando che sia la più leggera, quella dove il protagonista finalmente respira un po’ e i conflitti si attenuano. Non è così. Se mai, è la più intensa. Ma proprio per questo è anche la più onesta — perché è fedele al personaggio e al mondo che la serie ha costruito. Non puoi portare Carmy in un posto di pace quando la sua pace è sempre stata illusoria, quando tutto quello che lo muove è la ricerca di un equilibrio che probabilmente non esiste.
La stagione si conclude con un momento che è definitivamente un trionfo emotivo di questa portata. Un momento in cui capisci che la serie ha saputo fare qualcosa che pochi drammi televisivi riescono a fare: trasformare il disagio del protagonista in una domanda più grande su cosa significhi crescere, sbagliare, e infine — forse — imparare a convivere con le tue fragilità senza negarle e senza fingere che il lavoro possa riempire il vuoto che lasciano. Non è una redemption story tradizionale. È qualcosa di più sofisticato e più vero. È la cosa rara: una serie che sa esattamente chi è, e che rimane fedele a quella visione fino alla fine.
The Bear si congeda come ha sempre funzionato: senza fughe facili, senza risposte semplici, senza il conforto bugiardo di un lieto fine costruito male. Se hai amato le prime quattro stagioni per la loro intensità, per la loro capacità di catturare l’ansia e il genio contemporaneamente, per la regia nervosa e la scrittura che non concede respiro, questa quinta stagione è il sigillo perfetto su quella visione coerente. Se invece sei entrato nella serie cercando intrattenimento leggero su cucina, gastronomia e amicizie che si sistemano con due scene di aperitivo, be’, questa non è la stagione che ti tranquillizzerà. Non è il comfort finale.
Ma se sei disposto a stare con il disagio, se sei pronto a guardare un finale che non scappa dalle conseguenze di quello che è stato costruito, allora The Bear 5 ti spezzerà il cuore nel modo giusto. È fatta per chi crede ancora che il cinema e la televisione devono dire la verità, anche quando fa male.
The Bear 5 è disponibile su Hulu (negli Stati Uniti) dal 22 settembre 2024. Per l’Italia, la stagione è arrivata su Disney+ contemporaneamente. Se hai piattaforme in abbonamento, è lì che la ritrovi.



