Quante volte vi è capitato di selezionare una rom-com su Netflix e trovarvi invece davanti a una di quelle cose vuote, costruite da algoritmo e dialoghi da chatbot? Ebbene, Messaggi per Isabelle arriva come una boccata d’aria diversa. Non è solo una storia d’amore: è uno di quei rari film che sa affrontare il tema del lutto senza girare intorno, senza diventare soap opera, senza chiedere scusa per aver osato mescolare risate e lacrime. È il genere di rom-com che ricorda perché il genere ci piace: intelligente, affettuosa, costruita su fondamenta solide piuttosto che su cliché consumati.
La premessa è disarmante nella sua semplicità: Jill (interpretata da Zoey Deutch) lascia ogni giorno messaggi vocali a sua sorella Isabelle, morta tempo prima. È un rituale privato, terapeutico, il suo modo di mantenere un dialogo che la morte ha brutalmente interrotto. Il problema? Il numero di telefono di Isabelle è stato riassegnato. E a riceverli, dall’altra parte del Paese, c’è Wes (interpretato da Nick Robinson), un agente immobiliare di Austin che scopre queste confessioni intime senza sapere bene cosa farne. Da qui, naturalmente, nasce l’equivoco — il malinteso romantico per eccellenza — ma il film sa usarlo con intelligenza. Non è il centro della storia, è solo il pretesto per far incontrare due persone che avevano bisogno di incontrarsi. In un panorama di rom-com moderne dove il malinteso è spesso il motore principale, qui rimane stupidamente al margine. È la scelta più coraggiosa di Leah McKendrick, la regista e sceneggiatrice che ha firmato il film.
Ciò che colpisce più di tutto è come McKendrick abbia scelto proprio il dispositivo dei messaggi vocali come motore narrativo. Le segreterie telefoniche, come ha spiegato la regista stessa in diverse interviste, non si possono correggere, non si possono riscrivere. Sono pure, disordinate, talvolta imbarazzanti, e per questo infinitamente sincere. Ogni messaggio di Jill è un flusso di coscienza che parte da un punto e finisce sempre per andare fuori strada — come la vita vera. È una scelta formale che potrebbe suonare gimmicky, e invece funziona perché rispetta il tono del film: intimo, onesto, a tratti scomodo. Quando Jill comincia a raccontare a Wes (che lei crede sia Isabelle) di una discussione stupida al lavoro, la cosa si trasforma in una riflessione sul senso di colpa, sulla solitudine, sulla paura di dimenticare la voce di una persona cara. È scrittura televisiva di qualità, il tipo che non vedi spesso su una piattaforma dove il contenuto è spesso più superficiale.
Ma qui arriviamo al punto più delicato: il vero amore al centro di questo film non è quello tra Jill e Wes. È quello tra Jill e Isabelle. Isabelle è il motore di tutto, la ragione per cui ogni cosa accade. Non c’è un momento in cui il film lo dice esplicitamente, ma è evidente da ogni singola scena. Come in un grande classico Disney tipo Frozen, dove il gelo si scioglie grazie all’amore profondo tra due sorelle, qui è il ricordo di Isabelle, il modo in cui Jill parla di lei nei messaggi, a sciogliere gradualmente la paura e l’incertezza che bloccano Jill. E quando arriva il momento del vero sblocco emotivo, non è dovuto a un bacio o a una dichiarazione romantici: è dovuto al ricordo condiviso di una canzone, Dancing on My Own di Robyn, quella che le due sorelle ballavano insieme da bambine. Non è una scena di rottura cattivante nel senso tradizionale; è una scena di dolore licenziato, di elaborazione che diventa movimento, di due corpi che danzano con il fantasma di una persona amata. McKendrick ha il coraggio di farci assistere a questo momento senza musica soft in sottofondo, senza effetti di montaggio che lo rendano “cinematico”. È crudo, è privato, e per questo è bellissimo.
Zoey Deutch (già amatissima per Set It Up su Netflix e Prima di domani di John Hughes) è semplicemente perfetta nel ruolo di Jill. C’è in lei un’energia praticamente contagiosa, quella della persona che nasconde la vulnerabilità dietro l’esuberanza e la goffaggine. È una sorta di Bridget Jones moderna, ma scritta meglio, con più strati. Deutch ha il dono raro di rendere credibile il passaggio da persona sciocca a persona che sta letteralmente morendo di dolore, senza mai farsi pena addosso, senza mai chiedere al pubblico di simpatizzarle. Nel momento specifico in cui Jill scopre che ha passato mesi a parlare a uno sconosciuto anziché a sua sorella — il tradimento narrativo centrale del film — Deutch non fa scenate. Fa qualcosa di più difficile: rimane in silenzio, e quel silenzio è più forte di qualsiasi urlo. Nick Robinson, diventato celebre per ruoli come quello in Love, Victor e nel film d’azione Damsel, porta al suo personaggio una fragilità che non è debolezza. È quell’uomo che — senza diventare una fantasia — sa ascoltare, sa curarsi, sa correre sotto la pioggia quando importa davvero. Ma non è onnisciente, non è perfetto: è incerto, un po’ smarrito, e questo lo rende reale. La chimica tra i due attori non è quella scoppiettante dei film romanzosi hollywoodiani; è quella silenziosa di due persone che si riconoscono nel loro dolore. È rara, e McKendrick la protegge dal diventare smaltata.
Un momento specifico che rimane appiccicato: quando Wes ascolta il primo messaggio vocale di Jill, non sa cosa fare. Il film potrebbe farci ridere della sua confusione, e in parte lo fa. Ma McKendrick sceglie di mostrarci la sua faccia mentre ascolta Jill piangere, parlare di sua sorella con una tenerezza che lo ferisce. È un momento di pura osservazione: niente effetti, niente trama, solo uno sconosciuto che scopre l’intimità di un’altra persona e non sa cosa farne di quel privilegio inaspettato. È la scena che trasforma il film da commedia in qualcosa di più.
Un altro momento, forse ancora più efficace: quando Jill e Wes si incontrano di persona per la prima volta, lei crede ancora che lui sia solo il destinatario dei messaggi sbagliati. Lui lo sa già. Lui ha ascoltato mesi di messaggi. Lui conosce ogni cicatrice emotiva di Jill, ogni sua paura, ogni ricordo di Isabelle. E quando si guardano, il film non batte gli occhi. Non c’è sottofondo musicale che ti dice “ora dovete innamorarvi”. C’è solo la consapevolezza che una persona ha visto l’altra interamente, e che quella visione può essere tanto pericolosa quanto salvifica. È il tipo di scena che torni a vedere dopo aver finito il film, cercando tutti i dettagli che avevi perso.
La colonna sonora merita una menzione propria. Dancing on My Own di Robyn non è una canzone casualemente scelta. È diventata un inno per le persone che soffrono, per chi si sente solo in mezzo alla folla. Nel contesto del film, diventa il simbolo della connessione tra le due sorelle, ma anche della forza di Jill di riprendere la sua vita. Ogni volta che la canzone viene toccata nella narrativa, il film respira diversamente. È come se McKendrick avesse capito che non c’è bisogno di orchestrare il dolore; basta la canzone giusta, ascoltata al momento giusto, nelle circostanze giuste.
Ci sono difetti, certo. La meccanica narrativa dell’errore telefonico rimane leggermente prevedibile nei tempi di rivelazione. Sappiamo tutti che Jill scoprirà l’errore, e più o meno sappiamo quando. Non è un grande problema — il film non si regge su colpi di scena — ma è vero che i tempi del reveal potrebbero essere stati lavorati con più precisione. Inoltre, ci sono alcuni personaggi secondari (l’amica di Jill, il collega di Wes) che rimangono abbozzati, figure piuttosto funzionali alla trama che non personaggi completi. Ma queste sono critiche ai margini.
Tirando le somme: Messaggi per Isabelle è una rom-com che non sceglie tra il ridere e il commuovere, perché sa che entrambi i sentimenti abitano lo stesso spazio. Affronta il lutto senza melodramma, la comicità senza frivolezza, l’amore senza sentimentalismo. È il genere che amavamo negli anni Duemila, quando le rom-com sapevano ancora essere intelligenti — pensiamo a film come Come l’acqua per il cioccolato o Love Actually, che mescolavano il leggero col pesante senza scusarsi. E il fatto che Netflix l’abbia data al mondo, superando persino film ben più attesi, dice qualcosa: il pubblico ha fame di storie costruite così, oneste e affettuose insieme. Non è perfetto, ma è raro trovare una commedia romantica che riesca a farti ridere senza farti dimenticare che il riso, davanti al dolore, è il modo più umano di sopravvivere.
Messaggi per Isabelle è disponibile su Netflix da ora.



