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Clint Eastwood compie 96 anni: sei decenni senza compromessi

Il 31 maggio la leggenda di Hollywood spegne le candeline. Da Sergio Leone ai thriller giudiziari: come un attore diventò il regista più coerente del suo tempo.

di Baldo · · 3 min lettura ·
#Clint Eastwood#cinema americano#western
Clint Eastwood compie 96 anni: sei decenni senza compromessi

Clint Eastwood compie 96 anni oggi, e ci conviene prenderla come occasione per capire come un tipo sia riuscito a restare rilevante nel cinema per più di sessant’anni senza quasi mai scendere a compromessi.

La storia è quella che conosci: San Francisco, gli anni Sessanta, una serie TV chiamata Rawhide che nessuno ricorda. Poi nel 1964 arriva Sergio Leone con una proposta strana: fare il protagonista di un western a budget bassissimo girato in Spagna con attori italiani. Il film è Per un pugno di dollari, e Eastwood accetta perché a Hollywood nessuno lo vuole davvero. Tre film e una trilogia dopo, il genere western non è più lo stesso. Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo non sono soltanto film che hanno funzionato: sono film che hanno riscritto le regole di come si racconta il west.

Quel poncho marrone che Eastwood indossava? Lo ha ancora. In una teca di vetro. Non l’ha mai lavato, perché sostiene che perderebbe la sua integrità. È il tipo di dettaglio che racconta tutto di come questo uomo pensa al cinema: ogni cosa, anche lo sporco di un costume, significa qualcosa.

Da Dirty Harry ai film di substance

Tornato negli Stati Uniti, Eastwood continua a lavorare come attore nei western e nei film d’azione. Nel 1971 arriva Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, diretto da Don Siegel, e nasce Dirty Harry, il poliziotto di San Francisco che diventerà una delle figure più influenti del cinema poliziesco mondiale. Quattro sequel seguiranno, ma quello che conta è che Eastwood ha capito come interpretare il disagio: Harry Callahan non è un eroe, è un uomo solo in una città che non capisce.

Quello stesso anno debutta come regista con Brivido nella notte, un thriller modesto che però dimostra una cosa fondamentale: Eastwood sa come raccontare le cose in modo diretto, senza fronzoli. Non è un autore che costruisce mondi pittoreschi; è uno che mette una telecamera davanti a un attore e gli chiede di essere vero.

Negli anni Ottanta e Novanta firma film che sono quasi la negazione l’uno dell’altro: il western crepuscolare Gli spietati (1992), che è una meditazione sulla violenza e l’invecchiamento, quasi una risposta critica al genere che lo ha fatto diventare famoso; poi I ponti di Madison County (1995) con Meryl Streep, una storia d’amore delicata e quasi timida. Million Dollar Baby (2004) arriva come consacrazione ufficiale: un dramma sportivo che vince l’Oscar e conferma quello che il pubblico sapeva già da tempo—che Eastwood capisce la redenzione e la morte meglio di chiunque altro nel suo mestiere.

L’arte di invecchiare davanti alla telecamera

Gran Torino (2008) è il momento in cui il cinema inizia a guardarsi allo specchio attraverso Eastwood. Walt Kowalski, l’anziano veterano che si contorce dalla rabbia razzista prima di scoprire (come scoprano tutti gli Eastwood, alla fine) una forma di grazia, è probabilmente la performance più completa che l’attore abbia mai dato. Non è una recitazione in senso tradizionale; è una presence, un corpo che incarna il peso del tempo.

Nei suoi ultimi film da regista continua a fare quello che ha sempre fatto: prendere storie vere di gente ordinaria e raccontarle con una disciplina quasi monastica. American Sniper (2014) è un successo commerciale enorme, ma Sully (2016) è il film più Eastwood che Eastwood abbia mai fatto—novanta minuti per raccontare come un uomo ha salvato 155 persone ammaraggiando un aereo. Niente gloria falsa, niente sentimentalismo. Solo i fatti, e la dignità di una cosa ben fatta.

Ore 15:17 – Attacco al treno (2018), Il corriere – The Mule, Richard Jewell (2019), Cry Macho – Ritorno a casa (2021): sono film che nessuno potrebbe fare tranne lui. Ultimo in ordine di tempo è Giurato numero 2 (2024), un thriller giudiziario che dimostra ancora una volta che a novantasei anni Eastwood sa leggere una sceneggiatura meglio di registi giovani che hanno visto dieci volte più film di lui.

L’ultimo atto

La leggenda hollywoodiana continua a lavorare, continua a raccontare storie che gli interessano. Non ha mai fatto un film per compiacere uno studio o per seguire una tendenza. Ha fatto film veri, spesso deprimenti, spesso difficili, film che insegnano come si vive e come si muore.

A novantasei anni Clint Eastwood è ancora il regista più onesto in circolazione. Non è poco.

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