Quando ho saputo che Yorgos Lanthimos stava girando un remake del thriller coreano “Save the Green Planet!” di Jang Joon-hwan (2003), mi sono detto: o è geniale, o sarà un disastro. “Bugonia”, presentato in concorso a Venezia 82, sta a metà. Non è il salto in avanti di “Povere creature!” ma non è nemmeno la deriva intellettualoide di “Kinds of Kindness”. È un Lanthimos in modalità mestiere, e siccome il mestiere è quello che è, il film vale la visione.
La storia. Due cugini americani (Jesse Plemons e Aidan Delbis) sono convinti che il CEO di una multinazionale farmaceutica (Emma Stone, capelli rasati a zero) sia in realtà un’aliena venuta sulla Terra per distruggere l’ecosistema. La rapiscono, la legano in cantina, e iniziano un interrogatorio assurdo per estorcerle la confessione. La premessa è quella del film coreano originale; le proporzioni e i toni sono lanthimosiani al 100%.
Plemons è il vero protagonista
Tagliamo corto: Jesse Plemons è il motivo per cui questo film funziona. L’attore — già premiato a Cannes 2024 per “Kinds of Kindness” — ha trovato in Lanthimos il regista che gli permette di abitare l’assurdo senza mai dover spiegare niente. Il suo Teddy, complottista compulsivo, vegano fanatico, pieno di amorevoli intenzioni e di stupidità abissale, è la cosa più memorabile del cinema americano del 2025. C’è una sequenza, intorno al minuto sessanta, in cui Teddy mostra a sua madre malata (interpretata da Alicia Silverstone in un cameo silenzioso) il “salvataggio del pianeta” che sta orchestrando, e Plemons riesce a tenere insieme il tenero e il mostruoso in un modo che ricorda il Peter Sellers di “Being There”.
Emma Stone è brava, ovviamente — è sempre brava con Lanthimos — ma il personaggio le chiede meno di “Povere creature!” e meno di “Poor Things”. È più “La favorita”: una donna di potere fredda e nervosa. La testa rasata è il dettaglio iconografico del film, e funziona, ma è anche un trucchetto un po’ troppo facile per dire “non è più la Bella”. Quando il cinema fa sottrarre i capelli a un’attrice femminile, lo fa sempre con un sottotesto un po’ didascalico (vedi Charlize Theron in “Monster”, Demi Moore in “G.I. Jane”). Stone meritava di più.
Lanthimos in modalità remake
Il problema strutturale di “Bugonia” è che Lanthimos è uno degli autori più riconoscibili della sua generazione, e in un remake — per quanto fedele o infedele al materiale di origine — è impossibile non sentire la sua firma come una specie di colonizzazione. Robbie Ryan, suo fotografo storico, fa un uso ancora più estremo dell’occhio di pesce (quello di “Povere creature!”), trasformando ogni interno in una bolla deformata che alienizza i corpi. È spettacolare. È anche prevedibile. Quando il film torna alle sequenze in fattoria con le api di Teddy, c’è una citazione visiva diretta a Werner Herzog in “The Wild Blue Yonder”, e si sente: Lanthimos sta dialogando con la propria tradizione, ma in modo un po’ troppo programmatico.
C’è una differenza con il film originale di Jang Joon-hwan che vale la pena notare. Il coreano era un thriller paranoico nato in un contesto culturale specifico — la Corea post-IMF, la rabbia sociale degli anni 2000. Lanthimos sposta l’azione negli Stati Uniti contemporanei e trasforma il tema in qualcosa di più universale: il complottismo come malattia americana. È una buona intuizione, ma il film non la spinge fino in fondo. Si ferma a un livello di metafora, senza mai diventare davvero politico nel senso in cui lo era “Save the Green Planet!”.
L’unico difetto
L’unico vero difetto è che dopo “Povere creature!” sappiamo che Lanthimos può fare di più. Quel film era un’opera matura, controllatissima nei toni, capace di tenere insieme dramma e farsa con una grazia che pochi autori contemporanei possiedono. “Bugonia” è un film più tecnico, più di mestiere. Lanthimos sta dimostrando di poter dirigere bene materiale altrui, ma si sente che è una palestra. Susan Sontag parlava di artisti che si concedono il “lavoro di passaggio” tra due opere maggiori. Forse “Bugonia” è il passaggio tra “Povere creature!” e il prossimo grande film di Lanthimos.
Per il resto, insomma, è cinema fatto con stile e attori in forma. Plemons da solo vale il biglietto. La fotografia è spettacolare. La colonna sonora di Jerskin Fendrix — sì, lo stesso compositore di “Povere creature!” — fa il suo lavoro. Andateci sapendo che vedrete un Lanthimos minore, ma un Lanthimos minore vale comunque di più di un blockbuster medio.
“Bugonia” è uscito nelle sale americane a fine ottobre 2025, in Italia il 27 novembre 2025 distribuito da I Wonder Pictures.



