Alejandro González Iñárritu non sa fare film tranquilli. Digger è l’ennesima conferma di questa ossessione: Tom Cruise nei panni di un magnate del petrolio squilibrato, i capelli bianchi e radi, il look completamente riformulato, che si muove in uno spazio scenico artificiale e iper-kitsch senza fermarsi mai. Bang, bang, bang. Non c’è musica, non c’è soundtrack intrusiva — c’è soltanto il movimento, la performance, il caos visivo. È come se il film non potesse permettersi un respiro.
Iñárritu, come ho già notato vedendo questo lavoro, torna ai suoi territori preferiti: l’eccesso, il narcisismo, l’eroe titanico che precipita dal trono. Se in Birdman era un attore teatrale ossessionato dal riconoscimento, se in Il Revenant era un cacciatore sperduto nella natura, qui è semplicemente il più potente del mondo — e quella potenza è anche la sua rovina. Il presidente degli Stati Uniti lo chiama per salvare l’umanità da una catastrofe ambientale che lui stesso ha provocato. È satira, sì, ma non nel modo di Adam McKay: non c’è coralità, non c’è composizione. C’è solo uno sguardo decadente che contempla la caduta, affascinato da essa.
Quel che mi colpisce è la coerenza estetica: Iñárritu ha scelto il VistaVision (formato larghissimo, nitidissimo) per costruire set e scenografie traboccanti di CGI, un trionfo di artificialità controllata. Non è uno sbaglio, è una volontà. La vulgarità del personaggio deve essere circondata da vulgarità scenografica. John Goodman nei panni del presidente, Riz Ahmed come una sorta di coscienza scientifica, Sandra Hüller in un ruolo che non posso descrivere senza spoiler: sono tutti ridotti a pezzi di una macchina, pedine in un dramma egomaniacale. Anche Michael Stuhlbarg e Jesse Plemons orbitano in questa follia senza potere veramente opporsi.
Ciò che funziona è proprio quello che potrebbe non funzionare per molti: il film non modulazione. Non ha scene dove il ritmo cala, dove respiri, dove ti consenta di staccare. È come se Iñárritu avesse deciso che l’eccesso visivo e performativo fosse l’unico modo onesto di raccontare il narcisismo. Non puoi rappresentare un egomaniaco in modo tranquillo — devi farlo urlare, devi farlo muovere in continuazione, devi circondarlo di illusioni e teatralità. In una sequenza (che non rivelerò) lo stesso Digger mette in discussione questa rappresentazione: è Iñárritu che si mette le mani avanti rispetto alle critiche, che ammette la consapevolezza del proprio stile. È meta-cinema, è confessione.
Ma c’è un prezzo da pagare. Questa monotonia dell’eccesso finisce per stancare. Se Birdman manteneva almeno uno sguardo più ambiguo verso il protagonista, qui il disprezzo è costante, plateale. È una caduta che non ha momenti di grazia, è solo precipizio. Digger è un nano che cammina come un titano, e il film non ci permette di dimenticarlo per un istante. Per alcuni sarà liberatorio: il rifiuto di ogni sentimentalismo, di ogni redenzione falsa, di ogni compromesso. Per altri sarà esasperante.
Il tema è urgente: la crisi climatica, l’inerzia di chi detiene il potere, lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma Iñárritu non analizza questi temi, li osserva da lontano con la lente della decadenza. Non è un’accusa bruciante come potrebbe essere quella di McKay, è una contemplazione lussuriosa della rovina. È differente, non necessariamente peggiore.
Tom Cruise qui si immola: capelli bianchi, corpo invecchiato, performance senza filtri. È la stessa logica che l’ha spinto a interpretare Riggan Thomson 12 anni fa in Birdman, ma ancora più spudorata. Non è azione, non è adrenalina: è solo un uomo che recita l’egomania. Cruise accetta tutto questo, non si difende. È intrepido.
Digger non è un film che dà risposte. Non pretende di salvare il mondo, non offre soluzioni politiche. È la messa in scena del dramma di un narcisista, il quadro della sua follia, il catalogo del suo kitsch personale. Iñárritu non tradisce se stesso: rimane fedele alla propria visione decadente, alla propria ossessione per gli eroi che cadono. Alcuni lo ameranno per questa coerenza senza compromessi. Altri lo odia per la mancanza di respiro, per l’eccesso che non conosce modulazione.
Io rimango affascinato proprio da questa assenza di tregua. Non è un film che ti rilassa, è un film che ti aggredisce e non ti molla per 129 minuti. Non è per chi cerca serata leggera, non è intrattenimento tranquillo. È cinema d’autore che grida, che non sa fare silenzio, che contempla la caduta di un titano e non riesce a distogliere lo sguardo. Arriva al cinema dal 1° ottobre 2026.



