Se ami le rom-com, quelle vere, non le versioni ironiche e post-moderne di oggi, Innamorarsi e altre pessime idee è il film che aspettavi senza saperlo. Non perché sia geniale — non lo è. Ma perché sa riportarti a quel momento del cinema dove una storia d’amore prevedibile poteva comunque tenerti incollato alla sedia per due ore. Il merito principale è di Lino Guanciale, che qui abbandona i panni del bravo attore serio e si lascia andare in una leggerezza che non gli avevamo mai visto: è sciolto, è frizzante, è addirittura divertente. Non è che fa chissà che cosa, ma il cambio di registro è evidente, e funziona. Accanto a lui c’è Claudia Pandolfi, nei panni dell’altra protagonista, che contrasta perfettamente con la freschezza di Guanciale — lei rigida, pragmatica, quasi scorbutica all’inizio, mentre lui è il tipo che ride di se stesso. È proprio quella dinamica «opposti che si attraggono» che sembrerebbe stanca a priori, eppure la chimica fra i due attori riesce a farla respirare.
Il regista Simone Aleandri — e qui devo fare un po’ di contesto — non è il nome che subito viene in mente quando si pensa alle rom-com di qualità. Aleandri viene dal documentario e dai drammi indipendenti, quindi la scelta di affidare a lui una commedia romantica era già un segnale: non è un veterano del genere, ma uno che vi arriva con lo sguardo esterno di chi non è cresciuto dentro gli schemi della rom-com classica. E infatti, il film porta i segni di questa estraneità consapevole. Non è disinteressato al genere, non lo irride — ma nemmeno lo prende troppo sul serio. È un atteggiamento raro oggi.
La trama è quella che conoscete: due persone incompatibili sulla carta — uno creativo e sentimentale, l’altra pragmatica e cauta — che la vita costringe a convivere per pochi giorni (è tratto da una commedia teatrale francese, ecco il classico format). Probabilmente nella vita vera si ammazzerebbero dopo due minuti di conversazione, ma qui scatta qualcosa. Uno sguardo, una confessione, un ricordo che li vede da un altro punto di vista. C’è una scena, nei primi venti minuti, dove i due si trovano a cena per la prima volta insieme: il dialogo è tutto fraintendimenti e cortocircuiti, lei fraintende ogni gesto di gentilezza come un artificio, lui è sincero fino all’ingenuità. È una scena costruita bene, non perché sia stravagante, ma perché il timing fra Guanciale e Pandolfi tiene su tutto. Non ridono di loro stessi — ridono insieme, cosa diversa.
È il cliché dell’opposizione che attrae, quello che abbiamo visto un centinaio di volte, e infatti Aleandri non fa nulla di particolare per nasconderlo. Anzi, sembra accettarlo serenamente. Non c’è ironia di scena, non c’è meta-commedia, non c’è quel sottile cinismo che le rom-com moderne usano come scudo — vedasi Notting Hill di vent’anni fa, dove tutto viene sminuito da uno sguardo colto alla cámara, oppure le rom-com Netflix più recenti, dove la macchina narrativa è così visibile che il film passa il tempo a parlare di sé. Qui il film crede davvero alla storia che racconta, e in qualche modo questo ingenuo ottimismo funziona. È come se Aleandri avesse deciso: farò una rom-com senza protezioni, senza il paracadute dell’ironia, e se fallisce fallisce, ma se funziona funziona di vero.
C’è un altro momento che merita attenzione: il terzo atto, quando i due si allontanano. Non sto spoilerando nulla — è il punto di crisi narrativo che ogni rom-com rispetta. Ma qui, nella sequenza dove lei lo vede partire dalla stazione, Aleandri fa una scelta interessante: non è pathos falso, non è musica gonfia. È quasi sobrio. La macchina inquadra lo spazio vuoto fra i due, e basta. Non dice nulla di più. È una scena di cinema classico, e sospetto che molti spettatori nemmeno la notiziario, ma è lì, ed è efficace.
La cosa interessante è che la prevedibilità non è un difetto che il film nega, è il suo tessuto stesso. Sai dall’inizio come andrà a finire, sai che gli ostacoli saranno superati, sai che ci sarà il momento del dubbio e quello della riconciliazione. Sai il nome dei personaggi, quasi, prima ancora che parlino. Eppure, così come accadeva in quelle commedie romantiche dei primi anni Duemila (Notting Hill, About a Boy, Love Actually — quella stagione lì), il film mantiene abbastanza engagement da non staccare lo sguardo. È come se sapessi il finale di un libro che già ami e decidi di rileggere comunque: il valore non è nella sorpresa, ma nel viaggio. C’è qualcosa di confortante nel riconoscere i passi della danza e vederli eseguiti con competenza. Non è poco.
Ma qui arriviamo al vero problema: il film non aggiunge nulla al genere. Non reinventa il cliché, non lo gioca consapevolmente, non lo deconstruisce. Lo usa, e basta. I dialoghi sono simpatici ma non memorabili — non c’è una battuta che te la ricordi domani. Le situazioni sono scontate: il quasi-bacio interrotto, la discussione causata da un malinteso comunicativo, la rivelazione che uno dei due ha sacrificato un sogno per amore. La dinamica fra i due personaggi è quella standard, ripetuta in mille film: «ti odio/mi piaci/mi odi di nuovo/in realtà ti amo». Se cerchi una rom-com che provi a dire qualcosa di nuovo sul genere — se vuoi una Fleabag, una Splendidi Giorni di Solaris, una Chungking Express — qui non troverai nulla. Se invece cerchi semplicemente una serata facile, dove sappi esattamente cosa aspettarti e lo gradisci comunque, allora questa è la tua strada.
Quello che funziona, in fondo, è la sincerità. Non c’è ironia affettata, non c’è il regista che non crede nella storia che racconta, non c’è quella specie di imbarazzo moderno nei confronti del sentimento romantico — quello che ti fa sentire stupido a emozionarti di fronte a due persone che si innamorano. Innamorarsi e altre pessime idee racconta una storia di amore ordinaria senza vergognarsene. È quello che le rom-com moderne spesso hanno perso: il coraggio di credere che due persone che si innamorano sia ancora, nel 2025, una cosa che merita di essere vista senza cinismo. Non è poco, in un’epoca dove ogni emozione deve essere già ironica, pre-confezionata, commentata da dentro.
Dunque: film prevedibile? Sì, completamente. Film originale? No, per niente. Film simpatico che sa il fatto suo? Abbastanza sì. Se stasera sei in vena di una commedia romantica leggera, dove conosci i passi della danza e li vuoi ballare comunque, il film c’è. Se invece cerchi qualcosa che ti sorprenda, che dica qualcosa di nuovo sul genere, che ti lasci una cosa da pensare oltre il finale di crediti, passa oltre. Ma non per cattiveria — semplicemente perché il film non promette questo, e mantiene quello che promette: due ore di leggerezza, due attori che si piacciono guardare insieme, una storia che sa il fatto suo. In un mondo dove molte rom-com recenti hanno paura di essere rom-com, questo film ha il coraggio minimo di crederci. Non è capolavoro, ma sa intrattenere chi ama il genere senza pretese, e lo fa con onestà.
Innamorarsi e altre pessime idee è disponibile su Netflix dal 14 maggio 2026. Due ore che valgono la pena se ami il genere, e uno scorrimento veloce se non lo ami. Niente di più, niente di meno.



