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"Fjord" — Recensione

Recensione

"Fjord" — Recensione

4.0 su 5
2026 2h 26m Dramma

Mungiu torna con un'opera politica durissima: una famiglia rumeno-norvegese contro il sistema socialdemocratico scandinavo. Dramma dialettico di 146 minuti, in sala ad agosto.

di Alessio Valtolina ·

Fjord è il film che Cristian Mungiu doveva fare. A dieci anni di distanza da Bacalaureat (conosciuto da noi come Un padre, una figlia), il regista rumeno torna a Cannes con un’opera che non è soltanto il suo seguito spirituale, ma una requisitoria sistematica contro uno dei miti contemporanei: il modello scandinavo. Non è un film che verrà amato dai progressisti, ed è proprio questo il punto.

La premessa è semplice: Mihai, rumeno evangelico, e sua moglie Lisbet, norvegese, si trasferiscono in un villaggio sul fiordo con i loro cinque figli. I ragazzi sono stati educati secondo una morale biblica severa — niente YouTube, niente musica moderna, divieto di socializzare secondo i dettami occidentali. Le loro nuove vicine, gli Halberg, rappresentano l’opposto: famiglia scandinava liberal, aperta, moderna. I figli delle due coppie stringono un’amicizia. Poi uno dei ragazzi Gheorghiu sale sullo scuolabus con dei lividi sul collo. Bastano quei lividi — e un malinteso linguistico (“beat” non significa “beating” in norvegese) — per attivare la macchina burocratica dello Stato scandinavo: i servizi sociali tolgono immediatamente tutti e cinque i figli alla coppia, li sparpagliano in affidi temporanei, mentre parte la vertenza legale. Da lì in poi, Fjord diventa una contesa legale, filosofica, morale.

Ciò che rende Fjord un’opera notevole non è soltanto il tema — il scontro tra due modelli educativi e culturali — ma il modo in cui Mungiu lo affronta. Non sceglie il punto di vista “naturale” per il suo pubblico cinematografico (che è prevalentemente urbano, progressista, europeo occidentale). Sceglie il punto di vista della coppia religiosa, rumena, straniera. Sceglie di mostrare la rigidità del sistema scandinavo non come certezza morale, ma come una forma di violenza burocratizia mascherata da protezione dell’infanzia. È un atto di saggistica dialettica: Mungiu non dice che i norvegesi hanno torto — semplicemente li mette a nudo nei loro meccanismi, nelle loro certezze non discusse.

La regia è di una precisione quasi glaciale. Ogni piano è studiato per esporre i rapporti di forza, gli spazi sociali, le gerarchie nascoste. La famiglia Gheorghiu sta letteralmente in basso: nella casa vicino al fiordo, nella comunità, nel sistema giuridico. Gli Halberg, il preside della scuola, gli assistenti sociali stanno in alto. Non è mise-en-scène gratuitamente simbolica — è semplice topografia del potere. Sebastian Stan porta Mihai con una dignità sofferente che non è mai autocommiserativa: è un uomo che crede in qualcosa, che sa di essere nel torto secondo i criteri del luogo dove vive, ma che non abdica dalla sua convinzione. Renate Reinsve, che torna al cinema dopo anni, è Lisbet, la donna che sta fra due mondi — è norvegese di sangue, ma è diventata moglie di un credente rumeno, e quando il sistema tira, lei si spezza, ma non si arrende. È una recitazione di grande profondità, dove ogni silenzi pesa più delle parole.

I 146 minuti non sono gonfiati. Mungiu sa che il tempo è parte del suo argomento. Il film procede come una causa giudiziaria: deposizioni, controdeposizioni, dialoghi lunghi che sembrano estenuanti perché sono estenuanti. Questo è il punto. Chi è abituato al cinema di Mungiu (dai tempi di Oltre le colline e Animali selvatici) sa che la durata è forma, non difetto. Chi invece viene da Hollywood o aspetta un dramma “classico” potrebbe trovare il pacing faticoso. Non è un limite del film: è una scelta consapevole.

Ciò che colpisce è la lucidità politica. Fjord non è anti-scandinavo per populismo o nostalgia reazionaria. È un’analisi fredda di come anche i sistemi “migliori” — i più efficienti, i più equi sulla carta — possono diventare totalizzanti, intolleranti alle differenze, protezionisti mascherati da progressismo. La Norvegia non è il cattivo del film; il cattivo è l’incapacità di tollerare una diversità radicale, di ammettere che il proprio modo di vivere non è l’unico o il migliore. È un film che sarebbe stato impossibile scrivere così cinque anni fa. Oggi, con le tensioni identitarie in Europa, con le questioni di migrazione e integrazione che montano, Fjord diventa un documento filmico di rara importanza.

L’opera non è perfetta: in alcuni momenti, la dialettica prevale sul dramma, e le scene familiari perdono peso rispetto alla logica argomentativa. Ma questo è il compromesso che Mungiu accetta. Non vuole commuoverti sulle sofferenze dei Gheorghiu per poi lasciarti tornare a casa sollevato di aver “capito” il tema. Vuole lasciarti scomodo, dubbioso, consapevole che le tue certezze progressiste poggiano su fondamenta altrettanto fragili e ideologiche di quelle che sta mettendo sotto processo.

Fjord arriva al cinema il 19 agosto 2026. È un film che non dovresti perdere se ami il cinema che pensa, che sfida il consenso, che non ha fretta di assolvere nessuno. Se invece cerchi rassicurazioni, se preferisci i drammi che ti coccolano con lezioni morali già confezionate, allora questo non è per te. Ma allora, sinceramente, il problema non è il film.

Pregi

  • Regia rigorosa e nitida, costruzione dialettica impeccabile
  • Sebastian Stan e Renate Reinsve portano una coppia credibile e profonda
  • Tema politico e morale non retorico, che sfida il consenso progressista
  • Struttura narrativa che espone il conflitto senza scorciatoie sentimentali

Difetti

  • Durata di 146 minuti può risultare estenuante per chi non è abituato al cinema di Mungiu
  • La densità dialettica prevaleva sulla componente emotiva del dramma familiare
4.0 su 5

Verdetto

Fjord è il capolavoro che non ti aspetti: rigoroso, scomodo, politicamente scorretto. Non è cinema confortevole, è cinema che pensa.