Agosto 1992, una valle nell’est della Francia, lago e altiforni spenti. E i figli dopo di loro — o meglio, Leurs enfants après eux — comincia così: come una fotografia in bianco e nero che respira ancora. E quando arriva Paul Kircher con quella giacca da motociclista e quel giramento di spalle citazionista, capisci subito che il film sa esattamente quello che fa. Sa di sedere sulle spalle di cinema che lo ha preceduto, e non ha paura di dirlo.
I registi sono i gemelli Ludovic e Zoran Boukherma, che firmano con il cognome algerino del nonno. Non è un dettaglio: è il cuore del film. Perché questo non è solo un dramma di provincia, non è solo una ricostruzione d’epoca elegante (sebbene lo sia). È una meditazione sul retaggio coloniale francese, sui figli di quella storia che non se ne sono liberati. Hacine, il giovane ribelle del quartiere interpretato da Sayyid El Alami, non è un personaggio qualunque — è il punto di rottura, il figlio letterale di una Francia che non sa cosa fare dei suoi scarti umani.
Il romanzo di Nicolas Mathieu — da cui il film è tratto — aveva già il titolo come una sentenza: i figli dopo di loro. La generazione che arriva dopo la deindustrializzazione, dopo i sogni di prosperità, dopo la fine della certezza. E qui è il primo pregio: la ricostruzione d’epoca non è da museum piece. Non è Guadagnino che pettina i capelli all’arte con ragionevolezza blasé. È più grezzo, più vero, più sporco. Gli oggetti fisici e culturali (musica, vestiti, auto, il linguaggio stesso) hanno un taglio popolare. Non stai guardando una rievocazione, stai guardando qualcosa che sembra davvero virato da una estate italiana del 1992.
Ma qui nasce il primo problema: il citazionismo. È Touki Bouki di Djibril Diop Mambéty (il capolavoro senegalese sulla decolonizzazione), è James Dean, è Marlon Brando, è Call Me by Your Name persino nei font dei titoli di testa. Il film è costruito come un gioco a punti per cinefili, e se da un lato è affascinante (il gesto di citare il cinema africano, la picaresca anarchica, è nobile), dall’altro il peso delle citazioni schiaccia talvolta la sincerità della voce. Senti che il film sa quello che fa, e sa che lo sai anche tu. È consapevole di essere un film. Questo non è sbagliato di per sé — è la scelta autore di un filmmaker che ha visto molto cinema — ma a volte senti la regia più del racconto.
Allora arrivano gli anacronismi, e qui non è chiaro se sono deliberati o no. Ascelle depilate su adolescenti maschi eterosessuali di provincia? Capelli da maranza con sfumatura alta da 2010? Gergale che suona moderno? Se sono deliberati, è una trasparenza stilistica interessante (il film ammette di non poter davvero tornare al ‘92, e batte il colpo). Se sono blooper, sono staccanti. Probabilmente il Boukherma intendeva la prima strada, ma non sempre la scelta regge.
Detto questo, il film ha angoli veri. Anthony (Kircher) ha la faccia giusta per questo ruolo: l’adolescente in bilico tra l’innocenza e la rebella, il primo amore che cambia tutto. Angelina Woreth, che interpreta Stephanie, ha intensità. E Hacine — il personaggio che spacca davvero — è la presenza che fa venire a galla il tema coloniale. Non è un cattivo di provincia, è un figlio della storia che il film non perdona e non scusa, ma guarda dritto negli occhi.
Nei quattro estati cruciali (dal ‘92 al ‘98), i destini si intrecciano, e il film costruisce la sua forza nel modo in cui rifiuta il melodramma facile. Ci sono momenti di tenerezza veri, scene di riva del lago che sanno di libertà adolescenziale autentica. E il punto migliore è che il film ama davvero il suo mondo: quella provincia, quei ragazzi, quella disoccupazione che ha fatto diventare la Lorena un feudo lepenista. Non la guarda dall’alto. Non la usa come set nostalgico per sentirsi colti. La guarda come una cosa che merita attenzione.
Tirando le somme: E i figli dopo di loro è un film intelligente che batte troppo spesso sulle spalle della storia del cinema quando potrebbe semplicemente raccontare la sua storia. Non è un capolavoro — il citazionismo a volte lo affoga, gli anacronismi talvolta distaccano — ma ha il coraggio di guardare verso una provincia che il cinema mainstream ignora completamente. Se cerchi il film perfetto, questo non è. Se cerchi qualcosa che pensa davvero a quello che racconta, che sa dove proviene e chi è, allora c’è qualcosa qui per te. È al cinema dal 14 maggio 2026.



