Garance arriva a Cannes 2026 come uno di quei film che promette di scavare nelle pieghe dell’autodistruzione umana, ma che alla fine accarezza il dolore senza mai toccare il fondo. È il genere di dramma che sa perfettamente come costruire atmosfere cupe e ritratti spietati sulla carta, eppure rimane bloccato a mezza strada tra la consapevolezza e la vera catarsi. E il colpevole di questa incompiutezza non è difficile da individuare: è nella scelta registica di non andare dove il materiale umano potrebbe spingerla. Jeanne Herry, al suo esordio nel lungometraggio dopo anni di lavori per il piccolo schermo francese, ha assemblato i pezzi di un puzzle affascinante senza però riuscire — o osare — a completarne l’immagine.
Adèle Exarchopoulos — quella che abbiamo visto lacerare il cuore nel capolavoro di Seydoux e Kechiche, quella che sa trasformare ogni sguardo in un poema sulla vulnerabilità — qui si ritrova di nuovo con un personaggio in sfacelo. Garance è una donna fragile e autodistruttiva il cui unico ancoraggio sembra essere il fascino autolesionista della propria rovina: una spirale di scelte sbagliate, di relazioni tossiche, di alcol e solitudine che si alimentano reciprocamente. E Exarchopoulos, ancora una volta, non ti tradisce mai. Il suo magnetismo tormentato è l’unica cosa che mantiene il film a galla quando la narrazione minaccia di arenarsi completamente. Guardi i suoi occhi e capisci tutto quello che la sceneggiatura non ha il coraggio di dire, tutti i motivi nascosti della caduta che rimangono mai del tutto esplicitati. È una performance di puro istinto, di quelle che ti resta addosso anche ore dopo, anche quando il film stesso ti delude.
Ma è proprio qui il problema che non si risolve: il film vive e muore con lei. Non c’è una struttura narrativa che regga il peso di quello che Exarchopoulos sta tentando di comunicare. La regia di Herry sfiora costantemente il dolore psicologico senza mai affondare il bisturi. Considera una sequenza intorno alla metà del film — Garance sola in un bar, un’ora di sera, la luce che cala. Beve un vino. Guarda il suo telefono. Rimette giù il telefono. Non messaggio arriva, e sappiamo tutti cosa significa. È una scena costruita con pazienza, con una fotografia che cattura il grigio della luce parigina al tramonto, e Exarchopoulos la vive con una tensione che potrebbe rompersi in qualunque momento. Invece la scena finisce, e passiamo oltre. Il film non scava il perché: perché nessuno la chiama? Perché lei non chiama? Cosa le è successo prima che l’ha portata qui? La sceneggiatura sorride di queste domande come di dettagli secondari, e invece sono il cuore del dramma.
O considera un’altra sequenza più verso il finale, quando Garance si ritrova in una situazione di intimità che avrebbe potuto essere una catarsi — un momento dove i muri potrebbero crollare e lei potrebbe lasciarsi andare. La regia la costruisce con una sobria eleganza: il silenzio, lo sguardo incerto, il momento prima che tutto cambi. Ma poi il momento passa, e il film se ne va via come se nulla fosse successo. Questo è il problema ricorrente di Garance: non è che Herry non sappia creare tensione — lo sa. Il problema è che non sa — o non vuole — farla esplodere. La tensione rimane sempre contenuta, sempre a distanza, sempre guardata da lontano.
La fotografia di Benoît Soler è genuinamente bella: i toni desaturati di Parigi in autunno, la consistenza quasi tatile dei materiali attorno a Garance, la luce che entra dalle finestre dei suoi appartamenti disordinati. Il montaggio non affolla, non urla, respira come respirerebbe una persona in depressione. Tutto questo è rispettabile, anzi è ricercato. Ma la sobrietà da sola non basta quando quello che stai raccontando è una spirale verso il basso. Devi farci sentire il vertigine, il senso di perdita di controllo, la gravità che tira verso il fondo. Qui invece senti di stare guardando qualcosa di bellissimo ma freddo, un ritratto che sa come stare fermo ma non come muoversi, come respira ma non come grida.
Il tema della fragilità e dell’autodistruzione è affrontato — questo sì — con una sensibilità che raramente vedi nei drammi commerciali contemporanei. Non c’è sentimentalismo falso, non c’è musica melanconica che ti dice come piangere, non c’è lo sguardo compatiente di una regia che condanna il personaggio per le sue scelte. C’è sobrietà, rispetto per il dolore del personaggio, ricerca di verità attraverso l’osservazione piuttosto che attraverso l’esplicito. Tutto questo è degno di nota e di apprezzamento. Ma il problema è che la sobrietà, quando si accompagna all’assenza di vera indagine psicologica, diventa semplicemente distanza. È come se Herry avesse paura di quello che scoprirebbe se davvero entrasse nella mente di Garance, se le chiedesse di spiegare i suoi stessi motivi, se la forzasse a confrontarsi con le conseguenze delle sue azioni. E così rimane lì: bellissima, intatta, intoccata.
Intorno a Exarchopoulos, il cast è competente ma sottoutilizzato. I personaggi secondari — amici, amanti occasionali, familiari — entrano nella storia e ne escono senza mai acquisire una vera dimensione. Sono specchi per riflettere Garance, non persone con loro conflitti e contraddizioni. Una scena dove un’amica cerca di ragionare con Garance avrebbe potuto essere illuminante; invece rimane una conversazione piatta, dove sappiamo già cosa dirà l’amica perché lo schema è prevedibile. Questo è il limite strutturale più evidente del film: la sceneggiatura non scava nei veri motivi della crisi di Garance. Ci mostra sintomi — il bere, la solitudine, i rapporti falliti — ma non ci dà accesso ai perché. E senza i perché, il dramma rimane in superficie, decorativo, affascinante ma svuotato di peso.
Tirando le somme: Garance è un film che vale la visione soprattutto per Adèle Exarchopoulos e per chi apprezza la ricerca di una certa qualità registica anche quando non del tutto riuscita. Non è il capolavoro che Cannes spesso cerca nei suoi titoli in concorso, non è nemmeno il dramma incisivo che avrebbe potuto essere. È un’opera prima che sente il peso della consapevolezza — sai di stare guardando qualcosa di costruito con cura, con sensibilità, con buon gusto — ma che non riesce ancora a trovare la voce per urlare. Rimane un tentativo colto, spesso affascinante, ma non conclusivo. Vale soprattutto se sei un fan della Exarchopoulos, se insegui il cinema che sfiora le ferite senza graffiarle, se apprezzi la bellezza di un’immagine anche quando non è accompagnata da una storia che la giustifichi. Per chiunque cerchi una scossa emotiva vera, una penetrazione profonda nella psiche di un personaggio in crisi, potrebbe restare troppo poco — bellissimo però, e questo conta.
Garance è disponibile nelle sale italiane dal 15 maggio 2026.



