László Nemes arriva a Cannes 2026 con una scelta che sorprende: abbandona l’Ungheria e il racconto dell’identità ebraica — il suo territorio da quasi un decennio, da Il figlio di Saul a Orphan — per dirigere un film sulla Resistenza francese. Moulin è il suo primo film su commissione vera, scritto da Olivier Demeangel senza il coinvolgimento diretto di Nemes. Dovrebbe essere un affresco classicheggiante dedicato a Jean Moulin, uno dei grandi eroi della Francia Libera, arrestato e ucciso dalla Gestapo nel 1943 a Lione. Una storia importante. Un soggetto che meritava dignità. E all’inizio, davvero, il film sembra volerla dare.
La prima metà di Moulin funziona. Funziona bene. Tutto concorre a un racconto popolare di notevole impatto: la fotografia in 35mm (il film è stato proiettato nel suo formato originale a Cannes), la scenografia accurata, l’interpretazione raffinata di Gilles Lellouche nel ruolo del leader della Resistenza, e un cast di nomi importanti del proscenio francese e europeo, fino a Lars Eidinger nei panni di Klaus Barbie. C’è una classicità in questi elementi, una certa pomposità sì, ma che funziona. Quando Moulin arriva a Lione con il falso nome di Jacques Martel, quando inizia il difficile lavoro di coordinare le varie anime della Resistenza — gruppi spesso in contrapposizione fra loro — il film mantiene lo spettatore sulla corda. Gli stratagemmi tattici di Moulin, la sua battaglia invisibile contro il tempo e la logistica della clandestinità, tutto questo ha una capacità narrativa autentica. Il primo incontro fra Moulin e Barbie nel grande ufficio dell’Hôtel Terminus è uno dei passaggi più ispirati del film: due uomini che si fronteggiano, due intellettuali che si riconoscono, una dialettica che promette di scavare a fondo nella questione dell’etica, della resistenza non solo militare ma morale.
Poi il film cambia.
Quando il racconto passa alla prigionia, agli interrogatori, alle sevizie patite da Moulin e dagli altri arrestati durante la retata, lo sguardo di Nemes perde le coordinate. E non è un’impressione. Qui lo sguardo registico non regge più. Questo è il problema vero: non è solo la sceneggiatura che si trasforma — la cronaca rigorosa, quasi ascetica della prima metà, diventa un pamphlet patriottardo, un grido accorato ma estremamente retorico contro le dittature. È anche la regia che non sa gestire questa transizione. È la messa in scena che diventa canonica e prevedibile, proprio come accadeva già con i piano-sequenza del dibattutissimo esordio di Nemes, quando soluzioni di grande ambizione si alternavan a scelte ben più banali.
L’aura quasi melvilliana delle prime sequenze sparisce. Entra al suo posto la Marsigliese cantata dagli uomini in cella allo stremo delle forze, i compagni che si fanno strappare occhi piuttosto che tradire, il personaggio di Barbie che torna a essere il più classico dei nazisti brutali e sadici — quello che il cinema ha riproposto mille volte nei decenni. La dialettica interessante scompare. Quello che poteva essere uno sguardo complesso su colpevole e vittima, su etica e responsabilità, si riduce a martirio eroico. È retorica, ed è facile. E per un film di questa ambizione, firmato da un regista della statura di Nemes, facile è sbagliato.
C’è una questione stilistica di fondo: Nemes sembra non completamente a suo agio con il genere storico tradizionale, con il racconto corale che non sia intessuto della sua riflessione formale. Quando deve controllare una macchina narrativa così grande, quando deve fare i conti con la sceneggiatura di un altro, quando il peso della Storia diventa troppo letterale — Nemes perde la bussola. Non è una mancanza di sensibilità nei confronti del soggetto. È una questione di mestiere. E il mestiere, qui, scricchiola dalla metà in poi.
Moulin resta comunque il film della prima metà. Quella parte merita di essere vista: il controllo della tensione narrativa, il cast che regge, la fotografia severa e bella. Ma chi entra in sala cercando un affresco sulla Resistenza che riesca a mantenere la complessità e l’ispirazione per i suoi cento minuti, qui resterà deluso. Il film promette una cosa e ne consegna un’altra. Tutto quello che poteva essere interessante nel duello fra Moulin e Barbie, nella riflessione su cosa significhi resistere veramente, viene seppellito sotto i cliché e la retorica della parte finale.
Tirando le somme: Moulin è un film di grandi ambizioni ma di controllo artistico insufficiente. La prima metà suggerisce cosa avrebbe potuto essere. La seconda metà mostra cosa è diventato: un’opera rimasta a metà strada, fra l’affresco che poteva essere e il melodramma patriottardo che non riesce a evitare. Per un regista come Nemes, abituato a scavare negli strati più profondi di una vicenda umana, questa è una battuta d’arresto. È al cinema.



