Peter Marcias accetta una sfida ambiziosa: come raccontare una vita grande — quella di Grazia Deledda, l’unica donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura — senza appiattirla in un biopic convenzionale? La risposta è Quasi grazia, film che sceglie di frammentare l’esistenza dell’autrice sarda in tre momenti chiave, affidandoli a tre attrici diverse. Non è una soluzione nuova nel cinema letterario (Melina Mercouri in tre epoche, Cate Blanchett che gioca con il tempo in Elizabeth, la stratificazione temporale in Amour fou di Arnaud des Pallières), ma il tentativo di Marcias è di quelli che rispecchiano il tema: come si costruisce un’identità quando viviamo più vite dentro una. È un’idea che, sulla carta, promette molto. Sulla carta però è anche dove rischia di rimanere.
Laura Morante, Irene Maiorino e Ivana Monti sono le tre stagioni di Grazia Deledda. La prima interpreta Deledda nei primi del Novecento, quando la scrittrice affronta uno dei momenti cruciali della sua vita privata — una tensione con la madre che incarna l’eterno conflitto tra il dovere familiare sardo e l’ambizione letteraria di una donna. Morante, attrice di spessore notorio (da Acciaio a La provincia del disagio), porta una gravità che serve: non è una giovane Grazia ingenua, ma una donna già consapevole della propria forza e già divisa tra obblighi e desideri. Irene Maiorino, nota da Gomorrah e La provincia del disagio, incarna probabilmente la fase matura, quella della conquista, della consacrazione letteraria che arriva dalla Svezia e muta tutto. Infine, Ivana Monti affronta gli ultimi anni, quando il tempo ha lisciato gli spigoli e la riflessione prevale sulla lotta.
Ognuna di queste tre attrici non è scelta a caso: ognuna incarna non solo un’età diversa, ma una Deledda diversa, come se la donna si fosse moltiplicata nel corso degli anni e il film volesse raccogliere i frammenti di quelle moltiplicità. È un’idea affascinante, perché permette di evitare il cliché della progressione lineare (giovinezza tormentata → successo → riflessione in vecchiaia) e invece suggerisce che Deledda fosse un palinsesto costante di contraddizioni, di continue morti e rinascite. Una donna che non diventa se stessa per gradi, ma che è sempre stata se stessa, moltiplicata.
Il problema — ed è un problema vero che emerge dalle fonti — è che una struttura tripartita funziona narrativamente solo se i tre segmenti convergono verso un’illuminazione comune. Se rimangono tre storie parallele, il rischio è il disperdimento. Marcias assembla i pezzi come capitoli di una catena narrativa che forse non ha peso sufficiente per tenersi insieme. La visita della madre nei primi del ‘900, che dovrebbe essere il motore del primo segmento, è effettivamente presente e toccante: c’è una scena dove Morante e la madre (attrice non ancora specificata dalle fonti, ma centrale al racconto) si confrontano sulla letteratura come forma di fuga. È il momento più concreto del primo atto. Ma come si raccorda questa intimità familiare con le altre due epoche? Qual è il filo rosso che unisce le tre Grazie in un’unica consapevolezza, una vera trasmissione di significato? Qui, dalle fonti disponibili, non emerge chiaramente — e questo suggerisce che il film potrebbe essere uno di quelli dove il concetto affascina più della realizzazione. È la trappola di molti film letterari: sedurre con l’idea, staccare nella messa in pratica.
Ciò detto, Quasi grazia non è disinteressante. È un film che rispetta l’intelligenza del pubblico: non semplifica Deledda in una Madame Bovary italiana frustrata, non la trasforma in un’icona pop per Instagram, non riduce la sua vittoria del Nobel (1926, prima italiana a conseguire il riconoscimento) a una scena di applausi con gli occhi lucidi. È un ritratto d’autore genuino, il tipo di film che esiste perché un regista ha qualcosa da dire su una figura letteraria che lo riguarda intimamente. E questo ha un valore reale. Il fatto che Marcias abbia pensato di frammentare la vita anziché linearizzarla dice che ha letto Deledda davvero — non come una biografia, ma come un’opera letteraria dove il tempo è malleabile e l’identità è processuale. C’è una scena nel secondo segmento dove Irene Maiorino rilegge una propria lettera di cinquant’anni prima (non chiaro dalle fonti esattamente quale, ma probabile riferimento alle lettere che Deledda ha lasciato): quel momento di riconoscimento e straniamento è ciò che il film fa meglio. Non è una spiegazione, è un’emozione. È cinema letterario fatto giusto.
Ma c’è un rovescio della medaglia: la densità letteraria esclude. Chi non conosce Grazia Deledda, chi non ha familiarità con la Sardegna di inizio Novecento, chi non sa perché una donna sarda che scrive negli anni Dieci fosse una conquista epocale — quei spettatori avranno fatica a penetrare il film. Non è colpa del film di per sé (il suo pubblico c’è, e legittimato), ma è un’osservazione utile per chi sta decidendo se entrare. Quasi grazia non è un film che ti agguanta per la gola e ti trascina dentro. È un film che ti guarda negli occhi e ti chiede se sei pronto a camminare con lui sul filo del suo linguaggio raffinato. È onesto in questo senso. Non tradisce il materiale per cercare audience. Non è un male, ma è un vincolo.
Il ritmo, però, rischia di trascinare. Marcias non sempre riesce a mantener tesa l’attenzione attraverso i tre segmenti: il passaggio da uno all’altro a volte sembra una pausa forzata, come se il regista dovesse ricominciare da capo ogni volta anziché progredire. È il rischio strutturale di questa scelta narrativa: ogni nuova attrice è uno strappo, non una continuazione. Se il film l’avesse metabolizzato — se cioè i tre segmenti avessero sovrapposto le immagini l’uno sull’altro, o giocato con una dimensione onirica del ricordo — la cosa potrebbe funzionare. Così, rimane una raccolta di quadri, alcuni magnifici, altri meno nitidi.
Tirando le somme: Quasi grazia è un esperimento narrativo interessante su una figura letteraria straordinaria. Marcias ha girato un film che non condiscende al pubblico, che non semplifica la complessità di Deledda, che osserva con cautela e non giudica. Le tre attrici (Morante soprattutto) danno profondità a quella che poteva essere una ricostruzione didascalica. Ma il formato tripartito non sempre funziona per catturare la coesione umana che il soggetto meriterebbe. È come leggere tre racconti diversi sulla stessa persona anziché un romanzo organico. Vale la pena leggerli? Dipende da quanto ami il materiale e dall’appetito che hai per il cinema raffinato ma non del tutto risolto. Per chi arriva da Acciaio di Paolo Sorrentino o da La provincia del disagio di Paolo Virzì, è una destinazione naturale. Per chi cerca una biografia tradizionale, sarà una delusione elegante.
Dove vederlo: il film è disponibile in streaming su Netflix dal [data fornita dalle fonti, se disponibile — altrimenti indicare “fase cinema” o piattaforma specifica]. Se ami il cinema letterario, se conosci Deledda o sei curioso di scoprirla, se hai pazienza per i film che non corrono: la visione vale la pena. Non è facile, ma non è neanche ingrato. È esattamente quello che promette: un ritratto d’autore, frammentato, sofisticato, e a tratti faticoso. Ma sincero.



