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"Le bambine" — Recensione

Recensione

"Le bambine" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 45m Dramma

Le sorelle Bertani sfondano il portone del cinema italiano con un'opera rabbiosa e viscerale. Due bambine abbandonate, un mondo adulto caotico e indifferente, e una fiaba dark che non scherza. Non è per tutti, ma chi entra esce segnato.

di Alessio Valtolina ·

Ci vuole coraggio per dire di no agli adulti. E ne serve ancora di più per un esordio cinematografico che urla in faccia al pubblico invece di sussurrargli scuse. Le bambine è tutto questo: è il grido delle sorelle Nicole e Valentina Bertani, due videomaker e documentariste che decidono di fare il salto al lungometraggio raccontando una storia che non è una storia — è un’accusa, una fiaba dark costruita come un pugno in pancia.

Partiamo da quello che funziona subito: il coraggio di non soccombere alle convenzioni. Il film si apre nel 1997 in Svizzera e si sposta in una città di provincia del Nord Italia, una di quelle dove tutto sembra perfetto in superficie e marcio dentro. Due bambine vengono abbandonate a loro stesse, affidate a un babysitter queer che rappresenta forse l’unico adulto non totalmente tossico di questo universo. Ma non è una storia di salvezza — è una storia di contaminazione, di due bambine che scoprono che il mondo è sporco e nessuno verrà a salvarle perché gli adulti sono troppo occupati con i loro giochi di potere.

Ciò che emerge con forza dalla visione è l’ambizione formale. Le Bertani non raccontano in modo convenzionale: costruiscono una fiaba, ma una fiaba che sa di fango, di sesso, di violenza psicologica. È il tipo di film che ti mette a disagio non perché ti stuzzica il pettegolezzo, ma perché smontella il mito dell’infanzia innocente e mostra che i bambini non sono creature pure — sono piccoli esseri che capiscono benissimo la merda intorno a loro e non hanno nessuna difesa. La critica al patriarcato non viene predicata: è lì nel modo in cui gli uomini si muovono nel film, nella loro indifferenza, nella loro possessività. L’indifferenza degli adulti verso l’infanzia non è una tesi, è lo scheletro della storia.

Tutto questo però ha un prezzo. Le bambine non è un film che ti accarezza. È un film che ti toglie aria. Chi entra aspettandosi una commedia coming-of-age sulla libertà infantile troverà porte socchiuse e silenzi inquietanti. La struttura non è lineare — è una spirale che torna su se stessa, che ripete motivi, che crea un’atmosfera densa di cui è difficile liberarsi. Non è un difetto formale: è una scelta. Ma è una scelta che consapevolmente esclude chi non sa rimanere in apnea per due ore.

Ciò che rende il tutto coerente è la sensazione che queste due sorelle stiano facendo il film che dovevano fare, non il film che il pubblico si aspetta. Hanno messo rabbia dove l’industria italiana di solito mette nostalgia. Hanno scelto il disagio dove ci sarebbe potuta essere catarsi facile. Valentina Bertani, già stimata per il suo lavoro nel documentarismo e nei videoclip, ha trovato in Nicole una compagna di visione che non la moderasse. La sceneggiatura, sviluppata anche con Maria Sole Limodio, ha la densità di chi non scrive per piacere ma per necessità di dire qualcosa di urticante.

Ci sono momenti in cui il film respira, soprattutto attorno alla figura del babysitter queer — uno dei pochi che non mente alle bambine, che non le usa, che non le abbandona. È attorno a questo personaggio che il film costruisce un’illusione di speranza, solo per smontarla sistematicamente. Non è crudeltà autoriale: è onestà. Il mondo non è fatto bene, le bambine non verranno salvate, e il film non fa finta che sia altrimenti.

Tirando le somme, Le bambine è un’opera che entra nel panorama del cinema italiano come un corpo estraneo. Non è il film che il festival di Venezia o la critica mainstream avrebbe scelto di osannare, ma è il film che il cinema italiano aveva bisogno di vedersi fare. Le sorelle Bertani non chiedono permesso: arrivano e sfondano il portone. Non è entertainment nel senso tradizionale. È cinema che costa guardarlo, che ti lascia macchiato, che ti costringe a fare i conti con domande che gli adulti di solito evitano di porssi.

Per chi ha la tempra di stare con il disagio, di stare con la rabbia, di non cercare conforto in una storia costruita bene — Le bambine è imprescindibile. È un esordio che fa paura agli altri registi, non perché sia perfetto, ma perché è sincero in un modo che il cinema italiano ha imparato a temere. Vale la pena, eccome. Ma sa già che non è per tutti. E non ci prova nemmeno a farsi amare.

Pregi

  • Esordio registico a quattro mani con voce personale e arrabbiata, lontano dal solito cinema italiano
  • Racconto viscale della collisione fra mondo infantile e caos adulto, senza pietismi
  • Critica al patriarcato e all'indifferenza costruita nel linguaggio visivo, non in dialoghi paternalistici

Difetti

  • La densità emotiva richiede uno spettatore predisposto al disagio — non è un film confortevole
  • Struttura non convenzionale rischia di disorientare chi cerca una narrazione lineare
4.0 su 5

Verdetto

Un esordio che spacca. Le Bertani portano una rabbia necessaria nel cinema italiano contemporaneo. Fiaba dark che non scappa dalle domande brutte.