Smart Working è una di quelle pellicole che arrivano al momento giusto: il lavoro da remoto è ormai parte della nostra quotidianità, e la commedia italiana storica ha sempre saputo trasformare i fenomeni sociali in occasioni di satira. Svevo Moltrasio, alla regia, ha deciso di puntare proprio lì, usando Maccio Capatonda come specchio dei nostri mali contemporanei — quel confine sempre più sottile tra la libertà promessa dallo smart working e la prigione dorata che spesso diventa.
Il punto di partenza è solido: quanti di noi hanno sperimentato quella sensazione di essere costantemente connessi, di non riuscire mai a staccare, di trovare la scrivania in camera da letto come un nemico silenzioso? La commedia italiana, dai tempi di Paolo Sorrentino a Gabriele Muccino, ha sempre saputo giocare con questi disaggi collettivi, trasformandoli in riso amaro. Qui Capatonda incarna quel tipo di personaggio che riconosciamo subito: il lavoratore in smartworking che, mentre dovrebbe godersi la comodità, si ritrova invece bombardato di messaggi, videochiamate, scadenze che si moltiplicano, una moglie che lo chiama dalla cucina, figli che bussano alla porta dello studio improvvisato. È una cartografia del caos domestico-lavorativo che funziona.
Ciò che colpisce è l’immediata empatia con cui il film racconta questo disagio. Non è una commedia che vuol fare la morale — non ti dice “torna in ufficio, è meglio”. Piuttosto riconosce il paradosso: abbiamo ottenuto quello che chiedevamo (lavorare da casa, maggior flessibilità, meno pendolarismo), ma il prezzo è stato più alto di quanto sperassimo. Il desiderio di contatto umano, è il vero fulcro emotivo del film. Non è solo una commedia di situazione su Zoom che non funziona o riunioni imbarazzanti; c’è qualcosa di più profondo, una nostalgia di quella cosa semplice che è stare accanto a un collega di persona, fare una pausa caffè vera, sentirsi parte di qualcosa.
Ma è proprio qui che il film, purtroppo, non spinge abbastanza. La commedia italiana contemporanea ha una tendenza consolidata: fotografare bene la realtà, ma fermarsi alla superficie. Smart Working non fa eccezione. La trama, da quello che emerge, rimane leggera, didascalica quasi: il protagonista vive i disagi dello smart working, qualcosa accade, tutto si risolve. Non c’è approfondimento psicologico del personaggio, non c’è quella straniazione che farebbe davvero male al pubblico, quella che te la porteresti a casa. Il genere commedia ha il diritto di essere leggero, certo, ma lo fa quando sa giocare con i sottotesti. Qui si ha l’impressione che il tema sia scelto più per attualità che per necessità narrativa.
Maccio Capatonda, comunque, fa il suo dovere bene. È bravo a incarnare il nevrotico moderno, lo vedi trafficare con il computer, toccarsi la faccia quando è stressato, usare quel tono di voce che è a metà tra il frustrato e il rassegnato. Non è una performance memorabile, ma è competente, credibile, e soprattutto fa ridere quando serve. La commedia non è costruita su battute cartoonistiche, bensì su quella ironia più tranquilla, quella che nasce dalla riconoscibilità delle situazioni. Quando succede qualcosa di assurdo in una videochiamata, quando il caos domestico invade il “professional background”, ridi perché ti ci ritrovi.
Il vero nodo è che Smart Working sembra fatto per essere consumato in una sera, senza lasciare traccia. Non è un male in sé — il cinema di intrattenimento ha il diritto di esistere così. Ma quando la contemporaneità offre spunti così ricchi (il burnout, la solitudine di lavorare da soli, la perdita di confini tra privato e professionale), non si riesce a non pensare a quanto potrebbe fare di più. Una commedia che osasse sporcarsi un po’ le mani, che andasse oltre la risata consolatoria verso una riflessione vera.
Tirando le somme: Smart Working è un film corretto, ben intenzionato, che cattura il malaise della nostra epoca con una certa eleganza ironica. Maccio Capatonda funziona come elemento coesivo, la regia di Moltrasio non sbaglia nulla ma non sorprende neppure. Se cerchi una commedia da guardare un venerdì sera senza impegni, senza pensare, una di quelle che ti lascia un sorriso sulla boccia per due ore e poi svanisce dalla memoria, è la scelta giusta. Ma se speravi in una di quelle pellicole che ti fa ridere e ti fa pensare, che trasforma il disagio collettivo in qualcosa di catartico, allora avrai la sensazione di essere rimasto a metà strada. È il film che potevi vedere, ma non quello che ricorderai.



