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"À pied d'œuvre" — Recensione

Recensione

Venezia 2025

"À pied d'œuvre" — Recensione

4.0 su 5

Valérie Donzelli torna a Venezia con una favola dolceamara sulla povertà come scelta artistica. Premio per la miglior sceneggiatura, e si capisce subito perché: ogni battuta è fatta a mano.

di Alessio Valtolina ·

C’è una tradizione francese — da Truffaut a Desplechin, da Sautet a Garrel — del film che racconta l’artista povero come figura simbolica. Valérie Donzelli in “À pied d’œuvre” (letteralmente “Al lavoro”, ma con il doppio senso di “al piede dell’opera”) ne riprende il filone e lo aggiorna al presente. Lo fa con la consapevolezza di chi conosce i propri modelli — c’è dentro un po’ di “Pickpocket” di Bresson, un po’ di “Vagabond” di Varda, un po’ del “Frances Ha” di Baumbach — ma con una voce sua, asciutta e ironica al punto giusto.

La storia. Bastien Bouillon — già visto in “La nuit du 12” di Dominik Moll — interpreta Paul, fotografo affermato di moda parigino che a quarant’anni decide di mollare tutto per dedicarsi a un romanzo che ha in testa da decenni. Non è ricco di famiglia, non ha rendite, vive di soli risparmi. In pochi mesi finisce in mezzo alla strada, costretto a inventarsi mestieri assurdi per sopravvivere: dog sitter, copywriter notturno per siti pornografici, lettore di tarocchi al telefono. Tutto mentre cerca di finire il libro.

Una scrittura che si vede

Tagliamo corto: il premio per la miglior sceneggiatura — che Donzelli ha vinto insieme al co-sceneggiatore Gilles Marchand — è il riconoscimento più meritato di Venezia 82. Ogni scena ha un peso preciso, ogni dialogo ha un sottotesto che cresce sotto le parole. Quando Paul dice alla ex moglie “io voglio fare l’artista, tu vuoi che io faccia il fotografo: la differenza è che la prima professione si decide, la seconda si esegue”, in una sola battuta c’è dentro tutto il film. Donzelli scrive da scrittrice — non è un caso che lei stessa abbia esordito come romanziera nel 2008 — e ogni riga di dialogo ha la stessa qualità.

L’altra cosa straordinaria è la struttura. Il film si organizza in capitoli brevi, ciascuno preceduto da un piccolo titolo intertitolo che ne annuncia l’azione (à la Wes Anderson, ma senza l’estetica precisina di Anderson). Ogni capitolo dura sette o otto minuti e ha una propria piccola unità drammatica. Insomma, è cinema scritto come letteratura, e questa è esattamente la metafora del film: l’artista che decide che la propria vita è il proprio testo.

Bouillon in modalità Truffaut

Bastien Bouillon è perfetto. Sembra un Jean-Pierre Léaud cresciuto, lo stesso miscuglio di candore e cinismo, lo stesso modo di abitare le scene senza enfasi. Nei “Quattrocento colpi” Truffaut filmava un ragazzino che diventava adulto attraverso la sopravvivenza. Qui Donzelli filma un adulto che torna ragazzino attraverso la rinuncia. Sono due archi opposti, ma c’è una parentela diretta. Bouillon — devo dirlo — è uno degli attori francesi più sottovalutati della sua generazione. Dopo “La nuit du 12” e “Le règne animal”, questo dovrebbe essere il film che lo consacra anche al pubblico italiano.

C’è una sequenza, intorno al minuto 65, in cui Paul lavora come dog sitter per una signora ricca e si addormenta sul divano di lei mentre il cane gli salta in grembo. La scena dura tre minuti. Non succede niente. Bouillon dorme, il cane lo guarda, fuori dalla finestra Parigi continua a essere Parigi. E in quei tre minuti il film dice tutto quello che vuole dire sulla povertà come scelta: c’è una pace che si compra solo rinunciando al successo.

L’unico difetto

Brutto brutto? No, però due cose non funzionano del tutto. Primo: Donzelli si concede una voce off di Paul che legge passaggi del romanzo che sta scrivendo. È un espediente che usavano Truffaut e Doillon, ma qui suona un po’ nostalgico, come se Donzelli non si fidasse del fatto che il film parli da solo. Secondo: il finale. Senza spoilerare niente, c’è una scelta narrativa che chiude il cerchio in modo un po’ troppo elegante. Susan Sontag scriveva che un’opera matura è un’opera che si lascia incompiuta. Donzelli arrotonda troppo bene, e quello che poteva essere un grande film resta un ottimo film.

Per il resto, fiondatevi. È uno di quei film francesi piccoli e perfetti che usano il dispositivo cinematografico per parlare di ciò che resta del talento quando il successo ti volta le spalle. La regia è impeccabile, la fotografia di Sébastien Buchmann dosa benissimo i grigi parigini, la colonna sonora minimale di Bertrand Burgalat non cerca mai l’enfasi. È un film adulto fatto da una regista adulta su un personaggio adulto.

“À pied d’œuvre” è arrivato nelle sale francesi a fine settembre 2025. Distribuzione italiana confermata per la primavera 2026, distribuito da Movies Inspired. Premio Osella per la miglior sceneggiatura all’82ª Mostra di Venezia.

Pregi

  • Scrittura impeccabile: la migliore sceneggiatura del concorso, premio meritato
  • Bastien Bouillon in una performance che evita ogni cliché del 'fotografo bohémien'
  • Tono dolceamaro che non scivola mai nel patetico

Difetti

  • Donzelli si concede qualche manierismo: voce off di troppo, intermezzi diaristici
  • Il finale lascia con la sensazione di un film che poteva osare di più
4.0 su 5

Verdetto

Una fiaba realistica sulla povertà come gesto artistico. Donzelli scrive da maestra, dirige da ottima. Tre stelle e mezzo abbondanti.