C’è qualcosa di genuinamente coraggioso nel modo in cui Amélie Bonnin affronta Allora balliamo: non come un film tradizionale, ma come uno spazio dove la musica e la vita della quarantena diventano la stessa cosa. La storia è semplice — una donna di quarant’anni che ripensa ai sogni e ai rimpianti — ma la regista francese la trasforma in qualcosa di più ambizioso: una fotografia della sua generazione, quella sospesa fra l’adolescenza permanente e l’accettazione dell’età adulta, fra il desiderio di ballare ancora e la consapevolezza che il ballo non è più la risposta a niente.
Bonnin non è una sconosciuta nel panorama del cinema francese contemporaneo. Viene da La jeune fille et la nuit (2018), un’opera di genere che riusciva a mixare l’horror con lo sguardo sociologico — e in Allora balliamo ritrovo quella stessa volontà di usare forme ibride per raccontare generazioni in crisi. Qui però il rischio è ancora maggiore: fare un film sulla quarantena emotiva (quella sì, non quella da pandemia, anche se il titolo può ingannare) attraverso la musica dal vivo significa rinunciare a gran parte dei meccanismi di protezione narrativa che di solito proteggono un film. Non c’è montaggio veloce che copre le lacune emotive, non c’è colonna sonora che compensa un dialogo debole. Ogni scena è nuda, esposta, vulnerabile.
Il film è costruito intorno al personaggio di Diane, interpretata da Sandrine Bonnaire. Bonnaire — nota soprattutto per La vita è nostra di Agnès Varda e una carriera di scelta sempre sobria — è la scelta giusta: non è un’icona pop, non ha il fascino della gioventù hollywoodiana, è semplicemente una donna che vive quello che il film racconta. Accanto a lei c’è Vincent Cassel nei panni di un ex che rappresenta tutto ciò che non è accaduto — il rimpianto seduto a un tavolo. La loro scena insieme, quella verso il mezzo del film dove ballano in una cucina mentre fuori piove, è il momento in cui il film si avvicina di più a quello che vuole essere: non un musical, ma un’istantanea di intimità interrotta, due persone che si muovono insieme senza che il movimento significhi niente se non il fatto che ancora sanno muoversi insieme.
Ciò che rende il film interessante è la sua struttura musicale involontaria. Ogni brano viene registrato dal vivo, non come soundtrack sovrapposta ma come parte organica della narrazione. Questo dà al film un respiro diverso rispetto ai soliti musical commerciali — sia quelli di genere che quelli d’autore che hanno imparato a fare spettacolo. È più intimo, più frammentario, più fedele a come la musica entra davvero nella vita quotidiana: non per risolvere i problemi (come nei musical hollywoodiani dove il numero da dieci minuti salva la scena), ma per stare dentro ai problemi, per renderli tollerabili un secondo in più.
Il titolo italiano è una scelta saggia della distribuzione. Allora balliamo non è una traduzione pedissequa, ma un’interpretazione: viene da “Alors On Danse” di Stromae, il brano del 2009 che già all’epoca catturava questa idea di ballare come atto di resistenza miniaturizzato contro la depressione. Bonnin mette quella canzone all’inizio del film per dare subito il tono giusto — e in quella voce rotta di Stromae c’è tutta la malinconia del film, l’idea che ballare sia necessario non perché risolva niente, ma perché l’alternativa (stare fermi, accettare) è insopportabile. È una scelta di titolo che rivela l’intenzione della regista: non siamo qui per celebrare, ma per danzare dentro al disagio.
Un altro momento chiave è quando Diane si ritrova in una riunione professionale — sta facendo un lavoro che l’annoia, circondato da persone che neppure conosce — e improvvisamente un collega canta una breve strofa. È buffo, è imbarazzante, è pattico. E il film non cerca di rendere il momento nobilitato: resta lì, scomodo, a dire che la musica non salva niente, non trasforma niente, semplicemente accade. Anche questa scena è costruita dal vivo, senza effetti speciali, senza trucchi di montaggio. Solo due persone che cantano in un ufficio grigio.
Tuttavia, il film non riesce completamente a tenere insieme le sue ambizioni. La struttura rimane indecisa: non è abbastanza narrativo per essere un dramma tradizionale, non è abbastanza coeso per essere un musical vero, non è abbastanza sperimentale per essere un’opera d’arte pura che rinuncia ai meccanismi della storia. È come se Bonnin avesse catturato il sentimento giusto — questa generazione di quarantenni sperduta e ancora vitale, quella generazione che è cresciuta ascoltando Stromae e credendo di poter ballare per sempre — ma non avesse trovato ancora la forma perfetta per contenerlo. Il risultato è un film che funziona a tratti, che convince quando abbassa le aspettative e semplicemente guarda le persone muoversi nello spazio, ma che fatica quando prova a strutturare una narrazione più ampia.
Ciò che funziona davvero è la freschezza dell’intento. C’è stanchezza in questo film, ma anche una curiosità genuina verso i quaranta anni come momento di sospensione. Non sono la gioventù (quella è finita e non torna, non importa quanti film sulla nostalgia guardiamo), non sono ancora l’accettazione (quella arriverà più tardi, forse, o forse no). Sono il balletto nel mezzo, l’istante in cui ancora si può fingere di non sapere dove stai andando, in cui puoi metterti una gonna e ballare in cucina con un ex che non avevi visto da anni. È un spazio molto ristretto, molto privato, e il film lo rispetta: non lo dilata artificialmente, non lo rende universale, lo lascia essere quello che è.
Gli attori navigano questa struttura instabile senza mai sembrare persi, e il motivo è quello che dicevo: ogni brano è registrato dal vivo. Niente playback, niente perfezionismo da studio. Solo voci che cantano, respiri che si sentono, pause che riempiono il silenzio, stonature che restano stonature. È una scelta che potrebbe essere stata rischiosa — chi vuole ascoltare persone che non sono cantanti professionisti? — ma funziona perché restituisce al film un’umanità che il perfezionismo tecnico avrebbe distrutto. È come guardare amici che cantano nel loro salotto: non è bello, non è perfetto, ma è vero.
Nel complesso, Allora balliamo è un film che sa di cosa sta parlando anche se non è ancora sicuro di come dirlo completamente. Non è un capolavoro, ma è onesto in un modo che è diventato raro. È un tentativo vero di catturare una generazione in sospensione, usando la musica non come soluzione narrativa (il grande numero che cambia tutto) ma come lingua d’intesa, il codice che questa generazione parla quando non sa più come parlare. Se cerchi un film che abbia il coraggio di stare nel disagio senza cercare un’uscita facile, di guardare quarantenni che ancora credono di poter ballare senza che il ballare significhi qualcosa di epico, questa è una proposta interessante. Se invece cerchi qualcosa di più strutturato, di più risolutivo, probabilmente rimarrai insoddisfatto.
Tirando le somme: è un film che merita l’ascolto, soprattutto se appartieni anche tu a quella generazione di quarantenni indecisi che ancora credono che ballare significhi qualcosa, o che almeno significa più di stare fermi. Non è perfetto — e il suo difetto principale è proprio quella indecisione sulla forma — ma è fresco, vulnerabile, disposto a fallire pur di essere onesto. E in questo momento storico, dove il cinema cerca sempre di vincere con la perfezione tecnica, la freschezza vera conta più della perfezione finta. Allora balliamo esce nelle sale italiane a partire da questo mese: se vuoi un film che non farà molto bene al box office ma che resterà agganciato a qualcosa di vero sulla tua generazione, è quello.



