Guillermo del Toro sognava di filmare “Frankenstein” da quando era ragazzino. Lo dice in tutte le interviste degli ultimi vent’anni. Quando Netflix gli ha finalmente dato i 150 milioni di dollari per farlo, era impossibile aspettarsi qualcosa di tiepido. “Frankenstein”, presentato fuori concorso a Venezia 82, è esattamente il Frankenstein che del Toro voleva fare: barocco, sentimentale, gotico, e profondamente personale. Il sottoscritto è uscito dalla Sala Grande con la sensazione di aver visto un grande film e, contemporaneamente, di aver visto qualcosa che del Toro stava parlando un po’ troppo apertamente di se stesso.
La storia è quella di Mary Shelley, lo sapete tutti. Oscar Isaac è Victor Frankenstein, lo scienziato ossessionato dalla resurrezione dei morti. Jacob Elordi è la Creatura, alta più di due metri, ricucita con il volto di un dolore antico. Mia Goth è Elizabeth, la fidanzata di Victor che diventa il fulcro morale della tragedia. La struttura è quella del romanzo originale: due capitoli (Victor che racconta la sua storia al capitano Walton; la Creatura che racconta la propria) che si specchiano e si completano.
Elordi è la sorpresa, Isaac la conferma
Tagliamo corto: la cosa che il film racchiude di più memorabile è la performance di Jacob Elordi sotto cinque ore di trucco. Sapevamo già che era bello, alto e disgustosamente fotogenico — “Euphoria”, “Saltburn”, “Priscilla”. Quello che non sapevamo è che fosse anche un attore vero. Qui Elordi non parla per i primi quaranta minuti. Comunica con il corpo, con le pupille, con micromovimenti delle mani gigantesche. C’è una scena in cui la Creatura tocca per la prima volta un fiore e lo schiaccia accidentalmente: Elordi tiene quel momento per quasi due minuti, e quando i suoi occhi si riempiono di lacrime senza che il volto si muova, capisci che hai davanti un attore che ha studiato bene Boris Karloff ma anche Daniel Day-Lewis in “L’uomo elefante” e — devo dirlo — il Kathleen Byron di “Black Narcissus” per certo respiro mistico.
Oscar Isaac è bravo, ovviamente, ma più convenzionalmente bravo. Il suo Victor è un personaggio in stile Tom Hulce in “Amadeus”: brillante, narcisista, sull’orlo della follia. La regia di del Toro gli concede tutto lo spazio per recitare, anche un po’ di troppo. C’è una scena nel terzo atto in cui Victor distrugge il proprio laboratorio in un raptus, e Isaac sembra a tratti in un altro film, più teatrale del necessario. Non un difetto grave, ma una nota stonata in un’orchestra altrimenti perfetta.
Production design di livello assoluto
Il vero protagonista invisibile è la production designer Tamara Deverell, già con del Toro su “La forma dell’acqua” e “Nightmare Alley”. Il castello dei Frankenstein, la nave di Walton, il laboratorio: tutto è costruito con un’attenzione al dettaglio che ricorda Visconti in “Ludwig” o Coppola in “Dracula” del ‘92. Non c’è un pezzo di scenografia che non sia stato pensato. Quando la cinepresa di Dan Laustsen entra nel laboratorio attraverso un piano sequenza di tre minuti, capisci che il cinema fatto così non esisteva quasi più: Netflix ha pagato per un budget da kolossal di studio anni Cinquanta, e si vede.
C’è una citazione visiva diretta che mi è piaciuta molto: la scena in cui la Creatura si specchia per la prima volta in un’acqua stagnante riprende quasi inquadratura per inquadratura il Karloff originale del ‘31, ma con una sensibilità contemporanea per la dignità del corpo deforme. Del Toro non sta facendo il furbo, sta facendo dialogare la propria opera con la tradizione. Bazin scriveva che il vero cinema è quello che sa di citare ma non lo fa per ostentazione. Qui le citazioni sono affettuose, mai compiaciute.
L’unico difetto
Brutto brutto? No, ma il problema è la quantità di Guillermo del Toro dentro il film. Tutti i suoi temi sono lì: la mostruosità come categoria morale, il mostro come essere più umano dell’umano, la maternità impossibile, la transizione tra mondi. Sono i temi de “Il labirinto del fauno”, di “La forma dell’acqua”, di “Nightmare Alley”. Riconoscerli è bello — significa che del Toro è autore con una sua coerenza — ma anche un po’ deludente: ti aspetti che con “Frankenstein”, che è il film della sua vita, vada da qualche parte di nuovo. Invece arrotonda la propria filmografia, ne fa una summa. Susan Sontag parlava di artisti che a un certo punto smettono di esplorare e iniziano a ricapitolare. Del Toro è entrato in questa fase.
Per il resto, insomma, è cinema da vedere in sala assolutamente, non sul televisore. Le sequenze artiche del primo capitolo, il laboratorio del secondo, la fuga finale: tutto chiede una sala grande, un buon audio, e un’ora e mezza di concentrazione. Quattro stelle perché la performance di Elordi, la regia barocca, il production design, la colonna sonora di Alexandre Desplat — tutto sta a un livello altissimo.
“Frankenstein” è disponibile su Netflix dal 7 novembre 2025, dopo un breve passaggio in sala selezionata. Presentato fuori concorso all’82ª Mostra di Venezia.



