Morgan Knibbe è un regista olandese che il cinema d’autore conosce per i suoi documentari sperimentali sul lutto e sulla memoria. “The Garden of Earthly Delights” è il suo primo lungometraggio di fiction, e ha vinto il Miglior Film al 43° Torino Film Festival con un premio di 20.000 euro.
Il film. Tre capitoli, ispirati ai tre pannelli del trittico di Hieronymus Bosch “Il giardino delle delizie” (1490-1510). Il paradiso, il giardino, l’inferno. Ogni capitolo è un’esperienza visiva e sonora autonoma, con personaggi diversi, ambientazioni diverse, registri linguistici diversi. Tutto è collegato da una sotterranea riflessione sul desiderio umano, sul peccato, sulla bellezza apocalittica.
Cinema come esperienza visiva
Tagliamo corto: Knibbe non sta facendo un film narrativo. Sta facendo un’esperienza cinematografica nella tradizione di Stan Brakhage, di Bill Viola, del Apichatpong Weerasethakul più sperimentale. Il primo capitolo (“Paradiso”) è quasi mute, 35 minuti di immagini di natura olandese trasformate in qualcosa di onirico attraverso il colore e il montaggio. Il secondo (“Giardino”) introduce figure umane in una specie di rituale collettivo. Il terzo (“Inferno”) è una caduta visiva impressionante che ricorda — e dico con cautela — il Béla Tarr del “Cavallo di Torino”.
La fotografia di Daniel Bouquet lavora con tonalità saturate, palette boschiana (verdi, rossi, dorati), composizioni che riprendono direttamente l’iconografia del pittore fiammingo. Quando vediamo per la prima volta una composizione che cita esplicitamente il pannello centrale di Bosch — figure umane e animali in posizioni assurde dentro un paesaggio fantastico — capisci che Knibbe ha trasformato la pittura in cinema senza imitarla.
Per chi è questo film
Devo essere onesto: non è un film per tutti. Knibbe rifiuta ogni convenzione narrativa. Non c’è trama, non ci sono personaggi nel senso tradizionale, non c’è dialogo significativo. Chi cerca cinema confortante deve evitare. Chi cerca cinema come esperienza visiva radicale troverà qui qualcosa di nuovo.
C’è una sequenza, nel terzo capitolo, in cui Knibbe filma un incendio in un campo di girasoli per quasi dieci minuti senza tagliare. Solo il fuoco, i girasoli che si torcono, il vento. Niente musica. Niente voci. Dieci minuti di fuoco. È cinema della durata pura, Bazin lo avrebbe amato.
L’unico difetto è la totale assenza di ancore narrative. Per chi non ha mai visto cinema sperimentale, può risultare incomprensibile. Knibbe avrebbe potuto inserire piccoli appigli senza tradire la propria visione, e il film sarebbe stato più accessibile.
Miglior Film al 43° Torino Film Festival. Distribuzione italiana: difficile, ma probabilmente passerà nei festival cinema sperimentale (Filmmaker Milano, Pesaro Nuovo Cinema). MUBI in trattativa.



