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"Seeds" — Recensione

Recensione

Torino 2025

"Seeds" — Recensione

4.0 su 5

Brittany Shyne vince il Miglior Documentario al 43° Torino Film Festival con una storia sui contadini afroamericani del sud che resistono al sistema. Cinema politico fatto bene.

di Alessio Valtolina ·

Brittany Shyne è una documentarista americana esordiente che il sottoscritto non conosceva prima di Torino. “Seeds” è il suo primo lungometraggio, ed è stato premiato come Miglior Documentario al 43° Torino Film Festival. La descrizione: cinque anni di riprese tra i contadini afroamericani del sud degli Stati Uniti che lottano contro un sistema federale che ha sistematicamente discriminato i farmer neri per generazioni.

Il film. 95 minuti di osservazione paziente. Tre famiglie di farmer del Mississippi, dell’Alabama e della Georgia. Tutti afroamericani, tutti gestiscono fattorie che le loro famiglie possiedono da generazioni — alcune da prima della Guerra Civile. Tutti hanno subìto discriminazioni dai prestiti USDA, dalle politiche agricole, dai meccanismi di rinegoziazione del debito. Shyne li filma mentre lavorano, mentre raccontano, mentre cercano di mantenere il modo di vita.

Cinema documentario d’osservazione

Tagliamo corto: la cosa che Shyne fa meglio è non intromettersi. Niente voice over, niente musica orchestrale che spieghi le emozioni, niente interviste frontali in stile reportage. La regista si limita a esserci, e i protagonisti raccontano da soli, quando vogliono, come vogliono. Ricorda — e dico con cautela — i documentari di Frederick Wiseman (“Titicut Follies”, “Welfare”) per quella stessa fiducia nell’osservazione come metodo.

C’è una sequenza, intorno al minuto sessanta, in cui un anziano farmer della Georgia mostra alla regista la propria casa colonica. Mentre cammina lungo il porticato, racconta come suo nonno fu uno schiavo liberato che acquistò quella terra nel 1872 e come la sua famiglia l’abbia tenuta attraverso quattro generazioni nonostante i tentativi sistematici di privarli del titolo. Shyne lascia che l’anziano racconti per dodici minuti senza tagliare. È cinema documentario fatto al meglio.

Riprese in 16mm

Una scelta tecnica che colpisce: Shyne ha girato tutto in pellicola 16mm. È una decisione che ricorda il William Greaves dei “Symbiopsychotaxiplasm” anni ‘60 — i grandi documentari afroamericani in pellicola che davano dignità di “cinema” a soggetti che il mainstream televisivo avrebbe trattato come “documento”. La texture del 16mm dà al film una qualità sentita, calda, distante dal patinato del documentario streaming contemporaneo.

L’unico difetto sono i tempi. Il documentario d’osservazione chiede pazienza, e i 95 minuti possono pesare. Ma è un cinema necessario, e merita la fatica.

Miglior Documentario al 43° Torino Film Festival. Distribuzione: probabilmente streaming su MUBI nella primavera 2026.

Pregi

  • Shyne, esordiente, ha l'occhio di una veterana
  • Riprese in 16mm che danno al film una texture sentita
  • Tema politico potente, mai didascalico

Difetti

  • Tempi lenti tipici del documentario d'osservazione
  • Limited release internazionale
4.0 su 5

Verdetto

Documentario politico americano fatto bene. Quattro stelle convinto.