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"Que ma volonté soit faite" — Recensione

Recensione

Torino 2025

"Que ma volonté soit faite" — Recensione

3.5 su 5

Maria Wróbel vince il premio per la miglior interpretazione femminile a Torino 43 con un dramma polacco sul fanatismo religioso. Performance gigantesca, film difficile.

di Alessio Valtolina ·

Il cinema polacco contemporaneo — quello di Agnieszka Holland, Małgorzata Szumowska, Jan Komasa — continua a essere uno spazio interessante. “Que ma volonté soit faite” — titolo originale “Niech Wola Twoja Się Spełni” — è il debutto al lungometraggio della regista trentenne Anna Kazejak-Dawid, ed è arrivato a Torino 43 con un premio per la miglior interpretazione femminile a Maria Wróbel.

La storia. Hanna (Wróbel) è una giovane donna polacca di 25 anni che a 17 ha avuto un’esperienza mistica e ha deciso di farsi suora. Dopo otto anni di vita conventuale, qualcosa si rompe: cominciano a tornarle ricordi di quella che era prima del convento, e una domanda inizia a non darle pace. Il film racconta le settimane di una crisi che diventa abbandono.

Wróbel è la rivelazione

Tagliamo corto: il merito principale del film è Maria Wróbel. L’attrice polacca — esordiente assoluta — costruisce un’Hanna che ricorda — e dico con cautela — la Anna Karina di “La religieuse” di Jacques Rivette (1966). Stessa intensità interiore, stessa capacità di reggere il primo piano per minuti senza una smorfia. Quando Hanna, in una scena centrale, prega davanti a un crocifisso e per la prima volta dubita, Wróbel tiene il dispositivo per cinque minuti senza una lacrima esplicita. È cinema vero.

Cinema polacco di tradizione

C’è una tradizione del cinema polacco sulla fede e il dubbio che parte da Krzysztof Kieślowski (“Decalogo”) e arriva fino a Pawel Pawlikowski (“Ida”). “Que ma volonté soit faite” si inserisce in questa famiglia con una sensibilità contemporanea. Kazejak-Dawid filma il convento con una sobrietà che ricorda la migliore tradizione: piani sequenza nei chiostri, luci basse nelle celle, una colonna sonora costruita solo con canti liturgici.

La fotografia di Klaudiusz Dwulit lavora con grigi e bianchi quasi monocromatici. Quando vediamo Hanna camminare nei corridoi del convento, l’effetto è simile a “Ida” di Pawlikowski: una composizione rigorosa che dice tutto attraverso la geometria.

L’unico difetto sono i tempi. I 124 minuti chiedono pazienza assoluta, e il finale è enigmatico in un modo che dividerà gli spettatori. Senza spoilerare niente, Kazejak-Dawid sceglie un’ambiguità che alcuni leggeranno come coerente, altri come rinuncia.

Premio Miglior Interpretazione Femminile (ex aequo con Sadie Scott per “Fucktoys”) al 43° Torino Film Festival. Distribuzione italiana: in trattativa, probabile MUBI nel 2026.

Pregi

  • Maria Wróbel, interpretazione formidabile, premio meritato
  • Cinema polacco che dialoga con la tradizione di Wajda e Holland
  • Tema audace, raramente affrontato senza retorica

Difetti

  • Tempi lunghissimi, non per tutti
  • Finale enigmatico che divide
3.5 su 5

Verdetto

Wróbel è la rivelazione. Tre stelle e mezzo per un film coraggioso ma difficile.