Hafsia Herzi è una di quelle figure del cinema francese che il pubblico conosce prima come attrice (premio César 2008 per “Cous Cous” di Kechiche, attrice da venticinque anni) e solo dopo come regista. Dopo “You Deserve a Lover” (2019) e “Bonne mère” (2021), “The Little Sister” è il suo terzo lungometraggio da regista, ed è arrivato a Cannes 78 con il Premio per la Miglior Interpretazione Femminile a Nadia Melliti.
La storia. Fatima (Melliti) è una ragazza francese di origine algerina di diciassette anni che vive in un quartiere periferico di Marsiglia con la madre vedova. Il padre è morto pochi mesi prima per un infarto, e Fatima si trova a essere — per la sorella minore di dieci anni e per il fratello di tredici — la figura paterna improvvisata. Il film racconta i mesi successivi: la scuola, il lavoretto al supermercato, le prime esperienze sessuali, il tentativo di tenere insieme una famiglia che si sta sgretolando.
Melliti è la rivelazione
Tagliamo corto: la cosa che il film racchiude di più memorabile è Nadia Melliti. L’attrice francese di origine algerina — esordiente assoluta, diciotto anni — costruisce una Fatima che ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — la Hafsia Herzi ragazza di “Cous Cous” del 2007. Stessa solidità popolare, stessa capacità di reggere il primo piano senza compiacimento.
Il Premio Cannes Miglior Attrice è uno dei più meritati degli ultimi anni. Melliti batte concorrenza forte (Léa Seydoux, Marion Cotillard, Adèle Exarchopoulos). Vince con la naturalezza, non con il virtuosismo.
Herzi cresce
C’è una tradizione del cinema francese sulla periferia maghrebina che parte da Abdellatif Kechiche (“Cous Cous”, “La graine et le mulet”) e arriva fino a Houda Benyamina (“Divines”). “The Little Sister” si inserisce in questa famiglia con una sensibilità contemporanea. Herzi filma Marsiglia con una distanza che ricorda — e dico con cautela — il Robert Guédiguian delle “Le nevi del Kilimangiaro”. Stessa attenzione popolare, stessa rinuncia al didascalico.
La fotografia di Jérémie Attard lavora con luce mediterranea, palette ocra di Marsiglia, niente sottolineature drammatiche.
L’unico difetto è la sceneggiatura nel terzo atto. Herzi scrive con un co-autore (Eric Toledano) e in alcuni passaggi il copione diventa tradizionale: archi di trasformazione classici, beat narrativi prevedibili. Avrebbe funzionato meglio una conclusione più ambigua.
Premio Miglior Interpretazione Femminile al 78° Festival di Cannes. Distribuzione italiana: BIM Distribuzione, gennaio 2026.



