Quando il documentario decide di farsi testimone invece che giudice, accade qualcosa di raro nel panorama italiano: smette di pontificare e inizia ad ascoltare. È esattamente quello che fa “Generazione Fumetto”, il nuovo lavoro di Omar Rashid, che raccoglie sette autori del fumetto italiano contemporaneo e li lascia raccontarsi senza filtri accademici. Non è un film che costruisce un’interpretazione critica dall’alto; è piuttosto un’intervista corale, una conversazione allargata che respira l’aria di chi fa fumetto oggi.
Qui non c’è la pretesa della grande narrazione. Rashid sa bene che il fumetto italiano vive in una zona grigia del riconoscimento pubblico — troppo adulto per essere considerato letteratura per l’infanzia, troppo popolare per essere preso sul serio dalle istituzioni culturali. Allora accetta il limite e lo trasforma in metodo: invece di forzare una sintesi critica, filma la soggettività. Ogni autore porta con sé una visione del mestiere, una storia personale legata alla tavola, una militanza estetica. Non sono ridotti a exempla didattici; respirano come persone che hanno scelto di passare la vita a disegnare.
Cinematicamente, il film non ambisce a grande cosa. Non è un capolavoro di regia documentaristica — mancano gli arabeschi visivi, le accelerazioni ritmiche che hanno reso memorabili lavori come “Nostalgia de la Luz” di Guzmán o “Helvetica” di Hustwit. La struttura è lineare, quasi accademica: un autore alla volta, lo spazio di una conversazione, poi il successivo. Non c’è montaggio che sorprende, non ci sono scelte visive che reinventano il linguaggio. Ma in questo limite c’è una coerenza: il film non compete con il fumetto nel campo dell’immagine, si ritira umilmente nel territorio della parola, della testimonianza. È una scelta di rispetto, non di pigrizia.
Ciò che funziona davvero è la selezione dei sette. Rappresentano davvero il contemporaneo — non gli accademici della storia, ma chi sta facendo fumetto adesso, chi ha scelto questa forma quando il consenso culturale non era scontato. E ascoltarli parlare del loro processo, della scena, dei conflitti interni alla comunità fumettistica, offre una cartografia preziosa. Magari non per tutti: chi non conosce minimamente la scena italiana (e non sono pochi) rischia di sentirsi escluso, come quando entri in una conversazione fra amici e non conosci i riferimenti interni. Il film presuppone un certo livello di familiarità con il fumetto che non tutti i potenziali spettatori possiedono.
Rashid non è un intervistatore invasivo. Sa quando stare in silenzio, quando lasciare che il racconto si dilatasse. A volte però questa contenutezza diventa quasi piatta: ci sarebbero stati momenti dove una domanda più incalzante, una provocazione misurata, avrebbe acceso la conversazione. Il documentario finisce per procedere con il ritmo di una tavola rotonda educativa, non di un’inchiesta che scopre qualcosa. Per il resto, la sincerità traspare. Non c’è marketing dietro queste voci, nessuno che vende un’immagine patinata. È il fumetto italiano che parla di sé, con tutte le contraddizioni e le frustrazioni di chi crea in un mercato minoritario ma consapevole della propria importanza.
Il vero merito di “Generazione Fumetto” è che esiste, semplicemente. In un momento dove il fumetto italiano gode di visibilità crescente ma di scarsissima copertura documentaria — il genere, intendo, il fumetto come forma artistica studiata attraverso chi lo pratica — questo film diventa un archivio. Non è perfetto nella forma, e sicuramente non è un capolavoro visivo. Ma è utile, è consapevole dei suoi limiti, e soprattutto non tradisce il suo oggetto cercando di renderlo più sexy di quanto sia. Il fumetto contemporaneo italiano non ha bisogno di essere sedotto nel documentario; ha bisogno di essere ascoltato. Rashid lo sa, e lo fa.



