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"Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up" — Recensione

Recensione

Torino 2025

"Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up" — Recensione

4.0 su 5

Ester Ivakič dalla Slovenia porta a Torino 43 un dramma fiabesco di rara intelligenza. Premio Speciale della Giuria. Cinema balcanico al meglio.

di Alessio Valtolina ·

Ester Ivakič è una regista slovena di trentadue anni che il cinema balcanico ha lanciato lentamente. Dopo qualche corto interessante, “Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up and Joined Her in Song” — uno dei titoli più lunghi e affascinanti dell’anno cinematografico — è il suo debutto al lungometraggio. Premio Speciale della Giuria al 43° Torino Film Festival, con 7.000 euro.

La storia. Ida (Marija Tatic, esordiente slovena di vent’anni) è una giovane donna di un piccolo villaggio della Slovenia rurale che canta in modo orribile. Suo padre, ex direttore del coro paesano, è morto da poco. Ida decide di mantenere viva la tradizione del coro nonostante la propria pessima voce. Mentre il paese si divide fra chi la prende in giro e chi la sostiene, qualcosa di strano comincia ad accadere: i morti del cimitero locale iniziano a cantare insieme a lei.

Dispositivo fiabesco

Tagliamo corto: la cosa più interessante è il dispositivo. Ivakič costruisce una favola realistica che ricorda — e dico con cautela — il Emir Kusturica del periodo migliore (“Underground”, “Gatto nero, gatto bianco”) ma con una sensibilità femminile e contemporanea. Non c’è esuberanza balcanica, niente musica zingara, niente paesaggio cartolinesco. Solo un piccolo paese sloveno, una giovane donna ostinata, e un cinema che lascia che il magico si insinui nel quotidiano senza spiegarlo.

Marija Tatic è la rivelazione. La sua Ida non è la “ragazza candida” del cliché — è una donna ostinata che sa di cantare male ma non se ne cura. Tatic abita questa ostinazione con una dignità che ricorda — e dico con cautela — la Iren Bordán di “Mephisto” di Szabó (1981). Stessa solidità rurale, stessa capacità di reggere il primo piano senza compiacimento.

Cinema balcanico contemporaneo

C’è una tradizione del cinema balcanico contemporaneo che è cresciuta molto negli ultimi anni: Teona Strugar Mitevska (Macedonia del Nord), Maja Doroteja Prelog (Slovenia), Maja Miloš (Serbia). Ivakič si inserisce in questa famiglia con una voce sua. La fotografia di Marko Brdar (regolare collaboratore del cinema sloveno) lavora con luce naturale, palette di verdi e marroni alpini, niente sottolineature drammatiche.

C’è una sequenza, intorno al minuto sessanta, in cui Ida canta sola in un cimitero sotto un cielo notturno stellato. La sua voce stonata si propaga nell’aria e gradualmente, una a una, altre voci — quelle dei morti del cimitero — si uniscono. Ivakič filma questo momento magico senza effetti speciali: la macchina è ferma, la luce è quella della luna, e l’audio si stratifica. È cinema fatto con un’attrice e un microfono, e funziona perché Ivakič si fida del proprio dispositivo.

L’unico difetto è la specificità culturale. Per uno spettatore non balcanico, alcune sfumature della tradizione corale rurale slovena restano oscure. Ma è un piccolo prezzo da pagare.

Premio Speciale della Giuria al 43° Torino Film Festival. Distribuzione: probabilmente passerà in festival cinema d’autore italiani (Trieste, Mediterraneo, Bergamo).

Pregi

  • Ester Ivakič è regista da seguire: stile preciso, dispositivo originale
  • Marija Tatic, attrice slovena di vent'anni, è una rivelazione
  • Cinema fiabesco senza scivolare nel manierismo

Difetti

  • Difficile da vedere fuori festival
  • Conoscenza della cultura balcanica aiuta
4.0 su 5

Verdetto

Cinema balcanico fatto bene. Premio Speciale meritato. Quattro stelle.