Jafar Panahi è uno di quei registi che hanno trasformato la propria persecuzione in materia cinematografica. Vincitore della Camera d’Or a Cannes nel 1995 con “Il palloncino bianco”, dal 2010 al 2023 è stato interdetto dal governo iraniano dal lasciare il Paese e dal fare film. Ha girato comunque — “Closed Curtain”, “Taxi Teheran”, “No Bears” — in modi clandestini che hanno costantemente ridefinito i confini del cinema possibile. Quando nell’aprile 2023 gli è stato permesso di tornare a viaggiare, ha portato a Cannes 78 “It Was Just an Accident” (titolo italiano provvisorio “Un semplice incidente”). E ha vinto la Palma d’Oro. Il sottoscritto è uscito dalla proiezione convinto di aver visto uno dei film più importanti del decennio.
La storia. Vahid (Vahid Mobasseri, attore non professionista) è un meccanico iraniano di mezza età. Una sera, mentre torna a casa, riconosce — o crede di riconoscere — l’uomo che lo aveva torturato in carcere anni prima durante il regime di Ahmadinejad. Lo segue, lo rapisce, lo carica nel furgone. Poi chiama altre tre persone che hanno vissuto la stessa cosa: una donna fotografa (Mariam Afshari), un giovane studente (Ehsan Mirhosseini), un anziano libraio (Hadis Pakbaten). Si trovano tutti in una casa abbandonata fuori Teheran per decidere insieme cosa fare dell’uomo legato in mezzo a loro: ucciderlo, oppure no, oppure scoprire se è davvero la persona giusta.
Cinema della deliberazione morale
Tagliamo corto: la cosa straordinaria qui è il dispositivo morale. Panahi non sta facendo un film sulla vendetta. Sta facendo un film sulla decisione. I 102 minuti del film sono quasi interamente una conversazione fra cinque persone (i quattro ex prigionieri + il prigioniero attuale) in una stanza. Ognuno arriva con la propria storia, la propria rabbia, le proprie domande. Ognuno deve confrontarsi con la possibilità che l’uomo legato non sia in realtà il torturatore di trent’anni fa. La fotografia di Amin Jafari (collaboratore storico di Panahi) lavora con la luce di una sola lampadina al centro della stanza. Niente di più. Per 102 minuti.
Ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — il Sidney Lumet di “La parola ai giurati” del 1957. Stesso dispositivo: persone chiuse in una stanza, una decisione da prendere, il cinema che esce dalla discussione. Ma Panahi lo radicalizza: non c’è un’autorità esterna (il giudice, il pubblico ministero), non c’è un sistema legale che giudicherà alla fine. Sono solo cinque persone, e la decisione è loro. È cinema politico al massimo della propria potenza.
Mobasseri è la rivelazione
Vahid Mobasseri — attore non professionista che Panahi ha trovato dopo essere stato lui stesso in carcere — costruisce un Vahid che ricorda — e dico con cautela — il Anne Wiazemsky di “Au hasard Balthazar” di Bresson. Stessa solidità popolare, stessa capacità di reggere il primo piano senza recitare. Quando Vahid, in una scena al cinquantesimo minuto, ammette agli altri che forse l’uomo che ha rapito è la persona sbagliata, Mobasseri non fa niente di teatrale. Resta semplicemente seduto, guarda il pavimento, e dice: “potrei aver sbagliato”. Due secondi di silenzio. Poi un altro personaggio risponde. È cinema fatto con due persone e una lampadina, e Panahi sa che è più che sufficiente.
La maturità di Panahi
Panahi ha 64 anni. Ha trascorso 14 anni della propria vita sotto interdizione. Ha conosciuto il carcere — direttamente, non per metafora — e ha conosciuto la solitudine forzata dell’esilio interno. Tutto questo nel film c’è, ma senza autobiografismo facile. Quando uno dei personaggi dice “se l’uccidiamo, diventiamo come lui; se non l’uccidiamo, continuerà a essere libero”, Panahi sta semplicemente registrando il dilemma che lui stesso ha vissuto.
Susan Sontag scriveva che il cinema è “the most accommodating of all art forms” — il più ospitale, capace di tenere insieme cose contraddittorie senza chiedere risoluzioni. “It Was Just an Accident” è esattamente questo. Non risolve niente. Lascia il finale aperto. Ma la conversazione che il film mette in scena — sulla vendetta, sul perdono, sulla giustizia — è una delle più potenti che il cinema mondiale abbia messo in scena negli ultimi anni.
La giuria di Juliette Binoche ha visto giusto. La Palma d’Oro è pienamente meritata, e per il sottoscritto è uno dei 5 film migliori del decennio. Fiondatevi. Distribuzione italiana confermata: Lucky Red, in sala dal 4 dicembre 2025.
Palma d’Oro al 78° Festival di Cannes, 24 maggio 2025.



