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"The Sun Rises on Us All" — Recensione

Recensione

Venezia 2025

"The Sun Rises on Us All" — Recensione

4.0 su 5

Cai Shangjun torna dopo dieci anni con un dramma cinese sull'amore impossibile fra una donna e un uomo del passato. Coppa Volpi a Xin Zhilei, e il film fa parlare meno di quanto meriti.

di Alessio Valtolina ·

Il cinema cinese contemporaneo continua a essere uno degli spazi più interessanti del paesaggio mondiale, e Venezia 82 lo conferma. Cai Shangjun — regista della cosiddetta sesta generazione, quella di Jia Zhangke e Lou Ye, per intenderci — torna dopo dieci anni di silenzio con “The Sun Rises on Us All” (titolo originale “Ri Gua Zhong Tian”). E lo fa con un melodramma asciutto che ricorda il Hou Hsiao-Hsien di “Millennium Mambo” per certa luce e per il modo in cui filma i corpi che attraversano una stanza, senza enfasi.

La premessa. Xin Zhilei interpreta Wei Ying, donna divorziata di mezza età che vive nel nord-est industriale cinese, in una città fredda e in dismissione. Un giorno riceve la visita di un uomo del suo passato (Zhang Songwen) che lei credeva morto. Il film è il loro tentativo di capire cosa siano l’uno per l’altra dopo trent’anni di silenzio, mentre tutto intorno la regione che li ha cresciuti si svuota di gente e di significato.

Xin Zhilei e la Coppa Volpi

Tagliamo corto: la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile a Xin Zhilei è uno dei premi più meritati del concorso, e probabilmente uno dei più sorprendenti per il pubblico occidentale che non aveva ancora visto questa attrice. Il sottoscritto ha capito cosa stava facendo dopo venti minuti. Il volto di Xin Zhilei è uno specchio inerte sul quale passano emozioni minime — un battito di palpebre, un movimento impercettibile delle labbra — e Cai Shangjun la filma con una pazienza che ricorda Bresson quando filmava Anne Wiazemsky in “Au hasard Balthazar”. Niente sopra le righe, niente lacrime, niente urla. C’è una scena, intorno al minuto cinquanta, in cui Wei Ying lava i piatti in cucina mentre l’uomo della sua vita di trent’anni fa siede al tavolo e le parla di sua moglie attuale. Xin Zhilei lava i piatti. Continua a lavare i piatti. Il piatto è già lavato, ma lei continua. Dura due minuti. È cinema puro.

Per il sottoscritto questo è il punto: il melodramma cinese ha trovato un modo proprio di filmare il dolore senza spettacolarizzarlo. Quando il cinema italiano si avvicina al melodramma — pensate a Castellitto o anche a certo Bellocchio — tende sempre a una qualche forma di enfasi. Cai Shangjun fa l’opposto. Toglie. Toglie. Toglie. E quello che resta è una densità emotiva che fa più male di mille pianti.

La fotografia come stato d’animo

La fotografia di Wang Boxuan — già con Cai Shangjun in “People Mountain People Sea” del 2011 — è probabilmente la cosa più riuscita esteticamente. Il nord-est cinese (Heilongjiang, Liaoning) è una regione che il cinema cinese contemporaneo ha colonizzato a partire da Jia Zhangke: paesaggio post-industriale, fabbriche svuotate, città fantasma in mezzo al freddo. Wang Boxuan filma questo paesaggio in grigi che ricordano il Béla Tarr dei “Quaderni di sette anni”: niente neve poetica, niente nostalgia. Solo l’evidenza che un mondo è finito e nessuno se ne sta accorgendo abbastanza.

Una sequenza che mi resta in testa, dieci giorni dopo la visione: Wei Ying cammina di notte lungo un canale gelato. La camera la segue di spalle per più di tre minuti. Lei non guarda mai indietro. Il sonoro è il rumore dei suoi passi sulla neve compatta e nient’altro. Quando finalmente si ferma davanti a un cancello chiuso di una fabbrica abbandonata, capisci che la fabbrica era quella dove suo padre aveva lavorato per vent’anni. Cai Shangjun non lo spiega mai esplicitamente — devi metterci del tuo — ma la composizione lo dice tutto. Bazin parlava di “asse di realtà”: eccolo.

L’unico difetto

Brutto brutto? No, però due cose limitano un po’ l’esperienza per il pubblico occidentale. La prima: il film richiede una conoscenza minima del contesto storico cinese, in particolare della riforma economica del nord-est negli anni ‘90 e dell’impatto sociale delle dismissioni industriali. Senza quella, alcune scene risultano semplicemente “lente”. Con quella, si capisce che ogni inquadratura è una piccola elegia per una generazione persa. La seconda: i 133 minuti pesano, soprattutto nel primo atto. Il film richiede pazienza, e premia chi la concede.

Per il resto, insomma, è uno di quei film cinesi che il festival fa bene a portare, perché non arriverà nelle nostre sale se non in casi isolati. Non si tratta del cinema cinese mainstream da box office, è cinema d’autore della tradizione Sixth Generation, quella che fa cinema piccolo per parlare grande della Cina contemporanea. Il fatto che la giuria di Alexander Payne abbia dato la Coppa Volpi a Xin Zhilei è un atto di apertura verso un’attrice che il mercato occidentale farebbe bene a scoprire. Susan Sontag scriveva che il compito del critico è far vedere quello che resta invisibile. Cai Shangjun fa esattamente questo, da regista.

“The Sun Rises on Us All” è in concorso all’82ª Mostra di Venezia. La distribuzione italiana non è ancora confermata: probabile rilascio nei festival cinema d’autore (Trieste, Bergamo, Firenze) nel 2026.

Pregi

  • Xin Zhilei in una performance di intensità rara, Coppa Volpi pienamente meritata
  • Regia di Cai Shangjun finalmente all'altezza della sesta generazione del cinema cinese
  • Fotografia di Wang Boxuan che gioca con i grigi del nord-est cinese in modo magistrale

Difetti

  • Lentezza programmatica che richiede pazienza, soprattutto nel primo atto
  • Alcune scelte narrative restano oscure senza una conoscenza minima del contesto cinese
4.0 su 5

Verdetto

Un melodramma controllatissimo della sesta generazione cinese. Da scoprire, anche se richiede impegno.