Mary Bronstein è la moglie di Ronald Bronstein, uno dei collaboratori storici dei fratelli Safdie (“Uncut Gems”, “Good Time”). Ha esordito come regista nel 2008 con “Yeast” e poi è sparita per dieci anni. “If I Had Legs I’d Kick You” è il suo ritorno, ed è uno dei film più disturbanti e necessari della 75ª Berlinale. Il sottoscritto è uscito dalla proiezione con la sensazione di aver visto cinema che non vedevo da quando il Cassavetes di “Woman Under the Influence” colpiva il primo spettatore non avvertito.
La storia. Linda (Rose Byrne) è la madre di una bambina che ha una malattia cronica grave. Vive in un motel di Long Island insieme alla bambina mentre la loro casa subisce ristrutturazioni dopo una perdita d’acqua. Il marito è in viaggio di lavoro. Linda fa terapia con uno psichiatra (Conan O’Brien, sì, lo stesso del talk show) che non la sta aiutando. Tutto si sta sgretolando.
Rose Byrne come non l’abbiamo mai vista
Tagliamo corto: la Rose Byrne di “Bridesmaids” o di “Insidious” è un altro pianeta rispetto a quella che vediamo qui. Bronstein le chiede di andare in territori recitativi che richiedono coraggio. Linda è una madre che ama disperatamente sua figlia ma anche, per momenti, la odia. Il film non concede mai alibi: il dolore non è purificatore, è degradante, e Byrne tiene questo registro per 113 minuti senza una nota falsa. L’Orso d’Argento per la miglior interpretazione femminile è uno dei più meritati degli ultimi cinque anni.
Ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — la Gena Rowlands di “Una moglie” di Cassavetes. Stessa intensità, stessa disponibilità a essere odiata dallo spettatore se serve. Quando Linda urla a sua figlia “ho bisogno di un’ora di silenzio, una sola ora, ti prego” e poi si chiude in bagno e piange per cinque minuti, Byrne abita quella scena senza recitarla. È cinema diretto.
Il dispositivo sonoro
Bronstein fa una scelta tecnica audace: tutto il film è girato a camera ravvicinatissima, quasi macro, e il sound design è costruito come una specie di ASMR ostile. I rumori della vita quotidiana — un cucchiaio in una tazza, una porta che si chiude, un bambino che respira — sono amplificati al punto da diventare aggressivi. La fotografia di Sean Price Williams (lo stesso di “The Smashing Machine”, curioso) lavora con luci basse, riflessi su superfici di motel scadente, e una palette di gialli malati che ricorda il Larry Clark di “Kids” o il Harmony Korine di “Gummo”.
Il risultato è che lo spettatore vive 113 minuti dentro la testa di Linda, e ne esce esausto. Non è un dispositivo per tutti. Chi cerca cinema confortante deve evitarlo. Chi cerca cinema che fa quello che il cinema può fare — far sentire le emozioni dell’altro — troverà qui un’esperienza rara.
L’unico vero difetto è il cameo di Conan O’Brien. Bronstein ha avuto un’idea: prendere il presentatore comico americano e farne un psichiatra freddo e inutile. Sulla carta funziona, sullo schermo è troppo riconoscibile. Quando O’Brien parla con Linda, l’effetto è straniante in un modo che il film non aveva bisogno. Era meglio un attore meno noto.
Per il resto, fiondatevi quando arriva, ma con avvertenza: è cinema duro. Sontag scriveva che il cinema serve a farci sentire emozioni che altrimenti non avremmo. Questo film fa esattamente quello. La distribuzione italiana è confermata da Movies Inspired per la primavera 2026.
Orso d’Argento per la miglior interpretazione protagonista alla 75ª Berlinale.



