Lance Hammer è un nome che il cinema d’autore conosceva da “Ballast” del 2008 — quel piccolo film del Mississippi che aveva fatto rumore al Sundance e aveva portato Hammer a Cannes. Poi diciotto anni di silenzio. “Queen at Sea” è il suo ritorno alla Berlinale 76, e gli vale il Silver Bear della Giuria + il Silver Bear migliore interpretazione di supporto a Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay.
La storia. Margaret (Calder-Marshall) e Henry (Courtenay) sono una coppia ottantenne inglese che vive da quarant’anni in una piccola comunità sulla costa del Maine. Lei è ex docente universitaria, lui ex marinaio. La loro figlia adulta (interpretata da Andrea Riseborough) torna dalla California dopo molti anni di assenza per un weekend di Pasqua. I 165 minuti del film raccontano questo weekend.
Cinema della pazienza
Tagliamo corto: Hammer fa cinema che richiede pazienza assoluta. I piani sequenza durano minuti, le inquadrature sono fisse, il dialogo è ridotto all’osso, la musica è quasi assente. Ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — il Chantal Akerman di “Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles”. Stessa rigoroso. Stessa convinzione che il quotidiano sia il vero soggetto del cinema.
Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay sono due monumenti del cinema britannico. Calder-Marshall — ricordata per il “Wuthering Heights” del 1970 — qui costruisce una donna anziana che sta dimenticando piccole cose ma ricorda ancora come voler bene. Courtenay — il giovane angry man di “The Loneliness of the Long Distance Runner” (1962), il pubblico oggi più anziano lo ricorderà soprattutto per “Quartet” di Dustin Hoffman (2012) — è un marinaio invecchiato che ha rinunciato al mare ma non al modo di camminare. Il loro doppio Silver Bear è la riconoscenza al lavoro di una vita.
C’è una scena, intorno al minuto novanta, in cui i due fanno colazione in silenzio. Niente parole. Solo il rumore di un cucchiaio in una tazza, il sole che entra dalla finestra del Maine, il giornale che si apre. Dura sette minuti. È cinema che ha la pazienza della vita, non quella dello spettatore. Bazin parlava di “asse di realtà”. Hammer lo costruisce.
Una regia di assenze
Hammer evita ogni effetto. La fotografia di Lol Crawley (sì, lo stesso di “The Brutalist” e di “Childhood of a Leader”) lavora con luci naturali, niente sottolineature drammatiche, palette grigi atlantici. Il dispositivo del film è la durata stessa: dare al tempo lo spazio di esistere senza che la narrazione lo comprima.
L’unico difetto sono i 165 minuti. Per uno spettatore non abituato al cinema slow, sono massacranti. Per chi ama la tradizione di Akerman, Tarr, Pedro Costa, sono esattamente la durata giusta.
La distribuzione italiana è incerta. Il film passerà sicuramente nei festival cinema d’autore (Pesaro, Bergamo) e poi probabilmente in streaming MUBI.
Silver Bear della Giuria + Silver Bear migliore interpretazione di supporto alla 76ª Berlinale.



