Vai al contenuto
"La Grazia" — Recensione

Recensione

Venezia 2025

"La Grazia" — Recensione

3.5 su 5

Sorrentino apre Venezia 82 con un film che si guarda allo specchio. Toni Servillo è un Presidente della Repubblica che cerca redenzione, lui un regista che cerca verità. Coppa Volpi a Servillo, e il film cresce nei giorni.

di Alessio Valtolina ·

Quando un autore italiano apre Venezia per la quinta volta in carriera diventa difficile separare il film dal personaggio. Paolo Sorrentino è ormai parte del paesaggio della Mostra come il Lido stesso, e “La Grazia”, presentato in apertura il 27 agosto 2025, ha addosso il peso di tutte le aspettative del caso. Il sottoscritto è entrato in Sala Grande convinto di vedere il solito tour de force barocco, le solite inquadrature compiaciute, il solito Servillo che fa Servillo. Sono uscito un po’ più confuso del previsto, e ci sono voluti due giorni per metabolizzare cosa avessi visto davvero.

La premessa è semplice. Toni Servillo interpreta Mariano De Santis, Presidente della Repubblica italiana al termine del proprio mandato, alle prese con due decisioni di coscienza che lo perseguitano: la firma di una legge sull’eutanasia e la concessione di grazia presidenziale a un caso controverso. Attorno a lui orbitano la figlia Dorotea (Anna Ferzetti, scoperta da Sorrentino dopo molti anni di carriera di livello), i consiglieri politici, un cardinale, e i fantasmi del passato di un uomo che ha trasformato la solitudine in metodo di governo.

Servillo in modalità sottrazione

Tagliamo corto: la cosa migliore del film è quello che Servillo NON fa. Per la prima volta in una collaborazione Sorrentino, l’attore napoletano sembra aver capito che meno è di più. Niente monologhi corruschi, niente ironie scintillanti, niente di quella maschera che da “Il divo” in poi rischiava di essere autoparodia. Qui c’è un uomo stanco, gentile, che ascolta più di quanto parli. La Coppa Volpi è meritata: il sottoscritto la vede da anni come una specie di premio di consolazione, qui invece riflette davvero la natura del lavoro. Servillo “fa” il presidente con la stessa precisione con cui Anthony Hopkins “fa” il pontefice in “The Two Popes” — sottrazione, non addizione.

Il problema, paradossalmente, è il resto del film. Sorrentino non riesce mai del tutto a fidarsi del proprio attore. Continua a sovrascrivere il personaggio con i propri segni autoriali: la statua che si muove, la donna troppo bella che attraversa il quadro per nessun motivo, la canzone pop in punti chiave. Insomma, il solito repertorio del Sorrentino post-2013. Per chi ha amato “Le conseguenze dell’amore” o “Il divo” — io tantissimo — c’è la sensazione che il regista non sia ancora pronto a lasciare andare la sua firma più riconoscibile.

Il dialogo con Fellini, con Bertolucci, con se stesso

Il film si inserisce in una tradizione precisa: il cinema italiano sul potere come metafora dell’anima. Bertolucci in “Il conformista”, Petri in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, Sorrentino stesso in “Il divo”. Ma “La Grazia” è meno politico di quei film e più spirituale. Il Presidente De Santis non è un riferimento a Mattarella né a Pertini né a nessuno specifico — è un personaggio archetipico, il principe stanco di Montaigne, l’uomo che ha tutto e non possiede niente. La regia di Sorrentino qui ricorda più il Cuarón di “Roma” che il Fellini di “8½”, anche se i critici si ostineranno a citare il secondo.

La fotografia di Daria D’Antonio — alla quarta collaborazione con Sorrentino — è probabilmente la cosa esteticamente più riuscita del 2025 finora. Le sequenze al Quirinale sono filmate con una precisione cromatica che ricorda il Storaro di “L’ultimo imperatore”, ma con un’asciuttezza tutta sua. C’è un piano sequenza, nel terzo atto, in cui il Presidente cammina per i corridoi vuoti del palazzo a mezzanotte, e in quei quattro minuti il film raggiunge qualcosa che gli sceneggiatori non avevano scritto: la solitudine del potere come stato esistenziale, non come tema. Bazin diceva che il cinema è soprattutto durata. Qui la durata fa il lavoro che la sceneggiatura non riesce a fare.

L’unico difetto

L’unico vero difetto è l’autoreferenzialità. Sorrentino è ormai uno dei pochi autori italiani con un linguaggio mondialmente riconoscibile, e questo è un dono. Ma è anche una trappola: ogni nuovo film deve essere “un film di Sorrentino”, e questa pressione si vede. Il regista parla di sé attraverso il personaggio del Presidente più di quanto vorrebbe ammettere. Quando De Santis dice “alla mia età non si fanno più scelte, si firmano solo le decisioni che hai rimandato”, è impossibile non sentire il regista cinquantacinquenne che riflette sul proprio mestiere. Sontag scriveva che l’arte matura quando smette di parlare di sé. Sorrentino ci è quasi arrivato, ma non del tutto.

Per il resto, insomma, è un film che cresce nei giorni. Uscendo dalla sala l’impressione era di un film irrisolto. Dopo una settimana, la sequenza finale al Quirinale continua a girarmi in testa. Forse questo è il merito vero. Tre stelle e mezzo su cinque sono tante per un Sorrentino post-pandemia, e sono motivate dalla performance di Servillo e dalla fotografia di D’Antonio più che dalla regia in sé.

“La Grazia” è uscito nelle sale italiane il 4 settembre 2025, distribuito da PiperFilm. Coppa Volpi a Toni Servillo come miglior interpretazione maschile all’82ª Mostra di Venezia.

Pregi

  • Toni Servillo in uno dei suoi ruoli più sottili e meno teatrali
  • Daria D'Antonio firma una fotografia di una bellezza ipnotica
  • Anna Ferzetti, scoperta tardiva, qui in stato di grazia

Difetti

  • Il primo atto fa fatica a decollare, troppi orpelli sorrentiniani
  • Il sottotesto autoreferenziale a tratti pesante: Sorrentino che parla di Sorrentino
3.5 su 5

Verdetto

Non è il Sorrentino di 'La grande bellezza' ma neanche quello pigro di 'È stata la mano di Dio 2'. Sta nel mezzo e funziona, soprattutto grazie a Servillo.