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"Piccolo Miracolo" — Recensione

Recensione

"Piccolo Miracolo" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 42m Dramma

Guido Chiesa racconta con gentilezza e rigore una storia di umana resistenza. Greta Scarano e Marco D'Amore trascinano uno sguardo che sa coniugare poesia e realtà sociale senza retorica.

di Alessio Valtolina ·

Piccolo Miracolo è il film che Guido Chiesa doveva fare da tempo. Non perché quelli precedenti non avessero valore — le sue commedie hanno il loro pubblico e una loro leggerezza riconoscibile — ma perché qui il regista trova finalmente una storia che gli permette di mettere a nudo quello che, probabilmente, gli interessa davvero: lo spessore di chi resiste, silenziosamente, a margini che la società vorrebbe permanenti. La sceneggiatura di Nicoletta Micheli non scherza: quella scritta iniziale — “È tutto loro quello che luccica” — non è un accessorio retorico, è il cardine su cui Chiesa costruisce una narrazione che guarda dritto in faccia all’ingiustizia senza farsi sentimentale, senza chiedere pianto di comodo. È una dichiarazione di intenti in una sola frase, il tipo di apertura che ti dice subito: questo regista sa quello che vuole fare.

La scelta della semplicità

Ciò che colpisce subito è il coraggio della semplicità. Poteva essere un film sulla disabilità che si compiange, che carica di significati simbolici ogni gesto, ogni superamento. Poteva essere uno di quei drammi italiani dove il tema sociale diventa pretesto per costruire scene “importanti”, momenti in cui l’attore piange e il pubblico deve piangere per contratto. Invece Chiesa sceglie di restare accanto ai personaggi — non sopra di loro — e di raccontare la loro quotidianità come qualcosa di profondamente umano e basta. È una differenza sottile ma decisiva: il film non ti interroga su cosa pensi della disabilità, ti fa stare dentro la vita di due persone che hanno coraggio, difetti, voglie ordinarie.

Greta Scarano — che qui ridimensiona completamente l’aura di diva televisiva che la circonda — porta in scena una donna che non è né eroina né vittima: è una persona che vive, che ha desideri, che combatte, e che a volte sbaglia. Non è un esercizio di metodo, è una scelta di carattere. La guardiamo navigare ostacoli concreti (una scala, uno spazio fisico che non la accoglie, sguardi di chi non sa come comportarsi) con una normalità che è il contrario della retorica. C’è un momento specifico, quando lei e il compagno cercano una casa e i proprietari fanno domande imbarazzate, dove Scarano lascia passare nella sua espressione un’amarezza che non diventa autocommiserazione: è realtà nuda, senza filtri. Qualcosa che il cinema italiano raramente sa fare.

Marco D’Amore accanto a lei è credibilità pura. Non fa il comprimario nobile, il fidanzato che si sacrifica e merita applausi — costruisce un personaggio con il suo spazio, le sue crepe, la sua fatica. D’Amore sa quanto sia pericoloso in un film del genere cadere nella santità, e quindi decide di dare al suo personaggio fragilità, momenti di stanchezza, persino una scena dove scoppia in una rabbia legittima. È il dettaglio che trasforma il film da dramma sociale a racconto umano: l’uomo non è lì per dimostrare quanto sia buono, è lì perché ama e perché è stufo, e queste due cose coesistono senza contradirsi. Insieme, Scarano e D’Amore danno al film una tonalità che raramente vedi nel cinema italiano contemporaneo — quella di chi sa che la vita è difficile, ma continua comunque, senza bisogno di sigilli di significato.

Dove il film respira

La forza di Piccolo Miracolo è proprio questo: evitare il cliché della “ispirazione” a tutti i costi. Non c’è quel momento in cui il pubblico deve commuoversi per decreto narrativo, il momento che conosci già prima di entrare in sala — il discorso sentito, la musica che sale, le lacrime prevedibili. C’è, semmai, un filo di poesia che emerge naturalmente dalle scelte di Chiesa: il modo in cui inquadra uno spazio (nota come la fotografia di Daniele Ciprì trasforma le stanze ordinarie in ambienti che respirano), il ritmo con cui lascia respirare le scene, l’attenzione a dettagli che altri registi avrebbero passato sopra. Non è cinema barocco — è cinema che sa trattenere, che sa che il significato vero sta nel silenzio tra i dialoghi, non nei discorsi ad effetto.

C’è una scena in particolare che merita attenzione: quando lei cerca di accedere a uno spazio pubblico e scopre che l’accessibilità è teorica sulla carta, pratica nulla nella realtà. Chiesa non mostra la frustrazione come esplosione drammatica, ma come usura quotidiana. La telecamera rimane ferma, quasi testimone di un dato di fatto. È il contrario del melodramma: è la banale crudeltà del mondo che non è costruito per tutti, raccontata con una lucidità che è più potente di mille urli. Questo è cinema che ha qualcosa da dire e sa come dirlo senza predicare.

Sulla realtà che il film tocca — quella che potremmo pigliardicamente chiamare “invisibile”, e che invece è visibilissima per chi ha occhi di vedere — Chiesa non predica. Non ti spiega cosa pensare della società, dell’esclusione, dell’indifferenza istituzionale. Ti mostra una donna, un uomo, degli ostacoli concreti (non metafisici, non simbolici: ostacoli veri), e ti lascia lo spazio di sentire. Questo è raro nel nostro cinema. La maggior parte del cinema cosiddetto “socio-umano” non sa farlo: o declina il tema come manifesto politico (ed è stancante), oppure lo trasforma in tragedia da Oscar (ed è falso). Chiesa trova una terza via: il tono amaro, ma non disperato. Consapevole, ma non cinico. È una posizione difficile da mantenere per un’intera narrazione, e il fatto che Chiesa ci riesca per quasi tutto il film è un merito notevole.

Il lavoro dietro

Un aspetto che non va ignorato è il lavoro di Nicoletta Micheli sulla sceneggiatura. Non è una storia complessa, e non lo è volutamente — questa è una decisione autoriale che molti confondono con semplicità pigra. Ma quella semplicità è costruita, è il risultato di scelte precise: togliere quello che non serve, lasciare quello che urla silenziosamente. È artigianato narrativo, il tipo che non vedi in superficie ma che regge il film da dentro. La struttura a tre atti è classica, ma Micheli non la pietrifica: la usa come spina dorsale per raccontare piccoli passaggi, quotidiane battaglie, momenti dove accade poco e accade tutto. È la differenza tra “raccontare una storia di disabilità” e “raccontare la storia di due persone che si amano e devono combattere contro un mondo che non le vuole”. La seconda è quella che Micheli sceglie, e la scelta salva il film da almeno dieci tentazioni melodrammatiche.

Il montaggio di Juliette Welfling lavora a braccetto con la regia: non è uno di quegli editing nervosi e distratti, è un montaggio che sa quando tagliare e quando lasciare durare una scena. C’è una sequenza dove i due personaggi tentano insieme di risolvere un problema pratico, e il film lascia che accada nel tempo reale, quasi. Non è noioso — è pienezza. È il tempo delle persone vere.

L’oscillazione

L’unico momento in cui il film vacilla leggermente è quando il tono oscilla — quando Chiesa cerca di stemperare la durezza della realtà con leggerezza, probabilmente temendo che il pubblico affoghi nel dramma. Non è un errore grave, ma è una scelta che a volte costringe lo spettatore a ricalibrarsi, a chiedersi se il film sta ancora giocando la partita che ha scelto di giocare. Una battuta qui, un momento di quasi-commedia lì: funziona raramente al cento per cento, e ci sono una o due sequenze dove sentiamo il regista timoroso, come se non si fidasse completamente della sua trama. Ma sono attimi, niente di più. La struttura generale tiene, e la conclusione del film — che evita sia il lieto fine facile che la tragedia consumata — sa rispettare il percorso che ha scelto, senza scorciatoie né concessioni al pubblico.

Conclusione

Tirando le somme: di film come Piccolo Miracolo, che sanno coniugare poesia e realtà senza retorica, che guardano le persone negli occhi senza condiscendenza, che credono ancora che il cinema possa essere luogo di resistenza umana — ce ne vorrebbero davvero molti di più nel panorama italiano contemporaneo. Guido Chiesa qui dimostra che la gentilezza verso i personaggi non è debolezza narrativa: è, al contrario, una forma di rigore. Non è un capolavoro — la struttura è classica, il tema non è nuovo, ci sono oscillazioni di tono — ma è un film fatto con testa e cuore, ed è raro. Se ami il cinema che sa stare nel mezzo tra il drammatico e l’umano, che sa essere delicato senza essere molle, che crede che raccontare le persone ordinarie sia un atto politico e poetico insieme, questo merita la tua attenzione. Piccolo Miracolo è nelle sale dal 6 marzo 2025.

Pregi

  • Sceneggiatura di Nicoletta Micheli solida e sentita, senza cedimenti melodrammatici
  • Greta Scarano e Marco D'Amore costruiscono personaggi credibili, con spessore emotivo autentico
  • Regia di Chiesa che sa dosare il tono tra amarezza e speranza, evitando la comicità facile a cui lo avevano abituato
  • Lo sguardo sul tema della disabilità è inclusivo e dignificante, mai pietistico
  • Fotografia e montaggio che rispettano i tempi del racconto umano

Difetti

  • In alcuni momenti il tono rischia di oscillare tra il drammatico e il leggero, costringendo lo spettatore a ricalibrarsi
4.0 su 5

Verdetto

Un film raro nel panorama italiano: socio-umano senza predicare, poetico senza retorica. Vale la pena.