Ci sono film che esistono prima di essere visti, perché il fatto che esistano è già un atto politico. “The Voice of Hind Rajab” della tunisina Kaouther Ben Hania è uno di questi. Il sottoscritto è uscito dalla proiezione veneziana con la sensazione che il cinema, quando vuole, possa ancora essere quella cosa di cui parlava Bazin quando definiva la nostra arte come “asse di realtà”. Qui di realtà ce n’è troppa, e fa male.
La storia è nota. Il 29 gennaio 2024 una bambina palestinese di sei anni, Hind Rajab, è bloccata in una macchina sotto attacco a Gaza City. Tutta la sua famiglia è morta. Lei chiama la Mezzaluna Rossa palestinese e parla per oltre tre ore con gli operatori, che tentano disperatamente di coordinare un’ambulanza. Quando l’ambulanza finalmente arriva, viene anche quella distrutta. Hind muore. L’audio della telefonata è reale, esiste, è documentato. Ben Hania lo ha avuto in mano e ha deciso che il modo migliore di onorare quella voce era costruirci attorno un film che non rinunciasse mai a essere cinema.
Una costruzione drammaturgica esemplare
Tagliamo corto: la cosa straordinaria qui non è il materiale, è il modo in cui Ben Hania lo ha lavorato. Il film si svolge quasi interamente all’interno della centrale operativa della Mezzaluna Rossa a Ramallah. Pochi ambienti, telefoni, schermi, mappe, persone che parlano fra loro tentando di tenere la testa fredda mentre dall’altra parte del cavo una bambina di sei anni sta morendo. È un dispositivo da camera chiusa che ricorda il Sidney Lumet di “Quattordici giorni a New York” o il Steven Knight di “Locke”, ma con una pressione morale che quei film non avevano e non avrebbero potuto avere.
La regista — già al Concorso a Venezia con “Four Daughters” nel 2023 — costruisce un crescendo di tensione gestendo tempi morti, attese, false speranze e crolli con una precisione che non smette di stupire. Gli operatori della Mezzaluna Rossa non sono interpretati da grandi nomi internazionali: sono attori palestinesi e giordani, fra cui spicca Saba Mubarak nel ruolo della soccorritrice che si occupa direttamente della telefonata con Hind. Mubarak ha una presenza luminosa, controllata, che ricorda la Juliette Binoche dei film di Kieślowski. Non sta recitando il dolore, sta recitando il tentativo di tenere il dolore a distanza per fare il proprio lavoro. È esattamente quello che il film chiede.
Quando l’audio reale diventa cinema
La scelta tecnica più audace è anche quella più controversa: Ben Hania ha deciso di utilizzare l’audio originale della telefonata di Hind. La voce della bambina che sentiamo è davvero la sua voce, quella documentata, quella registrata. Sopra costruisce la finzione visiva: gli operatori che la sentono, le loro reazioni, la sala di Ramallah. È un’operazione che ricorda il Peter Watkins di “La commune (Paris, 1871)” o, in tono diverso, il Cristian Mungiu di “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”. L’idea che la realtà documentale possa essere accolta dentro un dispositivo finzionale senza che né l’una né l’altro si svaluta — è una scommessa che pochi riescono a vincere.
Ben Hania la vince con una scelta che richiede stomaco: non spiegare niente, non commentare niente, lasciare che la voce di Hind faccia il proprio lavoro. Quando la bambina dice “ho paura, ho tanta paura, vieni a prendermi”, non c’è musica, non c’è enfasi visiva, non c’è zoom sui volti degli operatori. C’è solo il tempo che passa, il tempo dell’ambulanza che non arriva, il tempo del telefono che inizia a perdere segnale. È cinema della durata — il Lav Diaz politico, se vogliamo — applicato a una situazione che la durata la moltiplica per cento.
L’unico difetto
Brutto brutto? No, ma due cose non funzionano del tutto. La prima: alcuni inserti al montaggio, soprattutto verso la fine, cercano un’enfasi che il resto del film aveva saggiamente evitato. Quando senti partire una musica orchestrale dopo settantacinque minuti di silenzio rigoroso, l’effetto è che la regista non si fida abbastanza del proprio materiale. La seconda: l’urgenza politica del film rende quasi impossibile valutarlo solo come cinema. Lo so che è un giudizio sciocco — il cinema è sempre politico, da Eisenstein in poi — ma qui c’è il rischio che il giudizio estetico venga schiacciato dal giudizio morale. Non si può non emozionarsi per Hind Rajab. La domanda è se l’emozione sarebbe la stessa con uno strumento cinematografico meno potente. Io credo di sì, ma è una valutazione che il film stesso rende quasi impossibile fare.
Per il resto, insomma: la giuria di Alexander Payne ha fatto la cosa giusta dando a Ben Hania il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria. Era impensabile premiarlo con il Leone d’Oro perché sarebbe diventato un gesto unicamente politico, e Payne — diciamolo — non è regista da gesti politici. Ma il Gran Premio è il riconoscimento giusto al fatto che questo film esiste, e che esiste come opera di cinema, non come pamphlet.
“The Voice of Hind Rajab” è stato presentato in concorso all’82ª Mostra di Venezia il 3 settembre 2025. La distribuzione italiana è curata da Lucky Red, sarà nelle sale dalla primavera 2026. Una cosa: andateci con qualcuno. Non si esce da soli da questo film.



