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"O Último Azul" — Recensione

Recensione

Berlinale 2025

"O Último Azul" — Recensione

4.0 su 5

Gabriel Mascaro, dal Brasile, vince il Silver Bear Gran Premio della Giuria con un viaggio amazzonico che è anche distopia gentile. Cinema politico che non grida.

di Alessio Valtolina ·

Gabriel Mascaro è uno dei registi della nuova generazione brasiliana che il cinema d’autore internazionale farebbe bene a tenere d’occhio. “O Último Azul” — letteralmente “L’ultimo blu” — è il suo quarto lungometraggio dopo “Boi Neon” e “Divine Love”, ed è probabilmente il suo film più maturo. La giuria di Todd Haynes lo ha incoronato con il Silver Bear Gran Premio della Giuria, secondo posto assoluto, e si capisce perché.

La premessa è ingegnosa. In un Brasile leggermente distopico (futuro prossimo, non specificato), il governo Bolsonaro 2 ha deciso di “ricollocare” gli anziani sopra i settant’anni in campi di “riposo assistito” lontani dalle città, ufficialmente per liberare le case ai giovani lavoratori, in realtà come forma di pulizia generazionale. Denise Weinberg, attrice non professionista classe 1949, interpreta Tereza, vedova settantasettenne che invece di sottomettersi al trasferimento decide di compiere il viaggio della sua vita: vedere il delfino rosa amazzonico, il “boto cor-de-rosa”, prima di morire.

Una distopia che sembra documentario

Tagliamo corto: la cosa straordinaria qui è la naturalezza del dispositivo distopico. Mascaro non spende mai più di trenta secondi a spiegare il sistema politico del suo film. Lo fa attraverso piccoli dettagli: cartelli di propaganda sui muri, conversazioni casuali, la presenza ricorrente di poliziotti che chiedono i documenti agli anziani. Il film vive in quel registro che Alfonso Cuarón ha sperimentato con “Children of Men” — la distopia che non si vede, perché è già la realtà di tante persone. Solo che qui invece di Londra c’è l’Amazzonia, e invece della sterilità c’è la vecchiaia.

Denise Weinberg è la cosa più memorabile. Settantasette anni, due figli, una vita normale, mai una recitazione professionale. Mascaro l’ha trovata in un mercato di Belém e ha riscritto il film addosso alla sua figura. Quando Tereza arriva al porto di Manaus e vede per la prima volta una nave che la porterà nel cuore dell’Amazzonia, il volto di Weinberg comunica una felicità che nessuna attrice professionista avrebbe potuto recitare. Ricorda — e lo dico con cautela — la María de Medeiros della “Mariana de Mello” di “Capitães de Abril”, quella stessa dignità popolare che fa cinema senza fare cinema.

Politico ma mai didascalico

C’è una tradizione del cinema politico brasiliano che parte da Glauber Rocha e arriva fino al Walter Salles di “Central do Brasil” (1998). “O Último Azul” si inserisce in quel filone ma con una sensibilità contemporanea che evita il declamatorio. Quando Tereza incontra il delfino rosa — il “boto” mitologico dell’Amazzonia, che secondo la leggenda di notte si trasforma in un uomo bellissimo — il film diventa una specie di realismo magico carioca senza mai scivolare nel fantasy. Bazin scriveva che il cinema migliore è quello che lascia il mistero al posto suo. Mascaro lo fa.

L’unico difetto è il dispositivo distopico nel primo atto. Per uno spettatore brasiliano è ovvio — i campi di “ricollocazione” rimandano a politiche reali del governo Bolsonaro contro i pensionati nel 2020-2022 — ma per uno spettatore italiano serve qualche minuto per orientarsi. Forse Mascaro avrebbe potuto essere appena più esplicito nei primi venti minuti, per dare al pubblico le coordinate del mondo.

Il Silver Bear è meritato. È un film politico che non grida, e il cinema politico che non grida è il più necessario in questo momento storico.

Premiato al 75° Festival Internazionale del Cinema di Berlino, 22 febbraio 2025. Distribuzione italiana: Wanted Cinema, autunno 2026.

Pregi

  • Denise Weinberg, attrice non professionista, regge tutto il film con una dignità rara
  • L'Amazzonia filmata senza nessun esotismo, con sguardo politico ma mai didascalico
  • Mascaro evita la trappola del 'film denuncia' e fa cinema vero

Difetti

  • Il dispositivo distopico (gli anziani spostati in campi) si capisce poco nel primo atto
  • Alcune scelte simboliche un po' insistite
4.0 su 5

Verdetto

Brasile politico al meglio. Silver Bear pienamente meritato, fra i tre film brasiliani più importanti del decennio.