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"Salvation" — Recensione

Recensione

Berlinale 2026

"Salvation" — Recensione

4.0 su 5

Emin Alper conferma il talento con un thriller esistenziale ambientato nelle montagne anatoliche. Silver Bear Gran Premio della Giuria a Berlinale 76. Cinema turco in stato di grazia.

di Alessio Valtolina ·

Emin Alper è uno di quei registi che il cinema turco contemporaneo offre con discrezione e poca pubblicità. Dopo “Burning Days” del 2022 — uno dei thriller politici più belli del decennio — Alper torna alla Berlinale 76 con “Salvation” e porta a casa il Silver Bear Gran Premio della Giuria. Insieme a Çatak con l’Orso d’Oro, è la doppietta turca più importante della storia recente del cinema mondiale.

La storia. Bekir (Mehmet Kurtuluş), funzionario governativo di Ankara, viene mandato nelle montagne dell’Anatolia orientale per investigare la scomparsa di un giornalista locale. Arriva in un villaggio dove tutti sanno qualcosa ma nessuno parla. Mentre indaga, Bekir scopre che la sua stessa identità di funzionario inviato dallo Stato è il problema: il villaggio ha già processato e seppellito mentalmente il giornalista. Il film diventa allora una specie di “Stalker” di Tarkovskij applicato all’altipiano anatolico.

Cinema turco che dialoga con la propria tradizione

Tagliamo corto: Alper sta facendo un’opera che dialoga apertamente con la grande tradizione del cinema turco — Nuri Bilge Ceylan in primis (gli abbinamenti sono inevitabili: “C’era una volta in Anatolia” del 2011 ha lo stesso paesaggio, lo stesso ritmo lentissimo, la stessa attenzione alla geografia come stato d’animo). Ma Alper non è Ceylan, è più giovane, più politico, meno mistico. Mentre Ceylan filmava la dignità contadina come categoria esistenziale, Alper filma la stessa dignità come resistenza al potere statale.

Mehmet Kurtuluş — attore turco-tedesco che il pubblico italiano ricorderà per “Soul Kitchen” di Fatih Akin — costruisce un funzionario stanco che ricorda — e dico con cautela — il Marcello Mastroianni del “Mio dolce sogno” di Antonioni. Stessa malinconia controllata, stessa capacità di apparire estraneo a tutti gli ambienti senza essere mai antipatico. Quando Bekir cena con un anziano del villaggio nel terzo atto, i due si guardano in silenzio per due minuti pieni e Kurtuluş tiene la scena senza un movimento. Bazin lo avrebbe amato.

La fotografia anatolica

La fotografia di Adam Jandrup è probabilmente la cosa più memorabile esteticamente. Le montagne dell’Anatolia orientale — già filmate da Ceylan, già filmate da Reha Erdem — sono qui catturate in piani lunghi che ricordano il John Ford di “Sentieri selvaggi” se Ford fosse stato turco. Niente esotismo, niente cartolina: solo la grande pietra che resiste all’uomo.

L’unico difetto è il ritmo. Il film parte estenuante. I primi 40 minuti chiedono pazienza assoluta. Quando finalmente il dispositivo narrativo si svela, ti rendi conto che la lentezza era necessaria: Bekir doveva entrare nel ritmo del villaggio prima di poter capire qualcosa. Ma chi cerca thriller di consumo deve evitare.

Il finale, infine, è enigmatico. Senza spoilerare niente, Alper sceglie un’ambiguità che dividerà gli spettatori. Il sottoscritto l’ha trovata coerente, ma capisco chi l’ha vissuta come una rinuncia.

Silver Bear Gran Premio della Giuria alla 76ª Berlinale. Distribuzione italiana in via di definizione, probabilmente Wanted Cinema.

Pregi

  • Mehmet Kurtuluş, presenza scenica imponente
  • Alper continua il discorso di 'Burning Days' con maturità
  • Fotografia anatolica spettacolare, paragone diretto a Ceylan

Difetti

  • Ritmo lentissimo nei primi 40 minuti, non per tutti
  • Finale enigmatico che divide
4.0 su 5

Verdetto

Alper sta costruendo una filmografia da maestro. Silver Bear meritato.