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"Sirat" — Recensione

Recensione

Cannes 2025

"Sirat" — Recensione

4.0 su 5

Oliver Laxe vince il Premio della Giuria a Cannes 78 (ex aequo con Sound of Falling) con un viaggio fisico e mistico nel deserto del Sahara. Cinema sensoriale al massimo.

di Alessio Valtolina ·

Oliver Laxe è un regista spagnolo-francese di origine galiziana che il cinema d’autore conosce da “Mimosas” (2016, Settimana della Critica a Cannes) e “O que arde” (2019, Un Certain Regard). “Sirat” è il suo quarto lungometraggio, ed è arrivato in concorso a Cannes 78 con il Premio della Giuria ex aequo con “Sound of Falling” di Schilinski.

La storia. Luis (Sergi López, attore catalano che il pubblico italiano conosce per “Il labirinto del fauno” di del Toro) parte dalla Catalogna per ritrovare la figlia adolescente Mar, partita mesi prima per un rave nel deserto del Sahara marocchino e poi sparita. Il film racconta il viaggio di Luis attraverso un territorio progressivamente più astratto: dalle città del nord Africa fino al cuore del deserto, dove incontra gruppi di giovani europei che vivono in carovane mobili e organizzano feste che durano giorni.

Cinema sensoriale

Tagliamo corto: la cosa che il film racchiude di più memorabile è il dispositivo sensoriale. Laxe non sta facendo un dramma narrativo nel senso tradizionale. Sta facendo un’esperienza cinematografica fatta di paesaggi, suoni di motori che attraversano il deserto, musica techno che si propaga su distanze infinite, volti che il sole brucia. Ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — il Bruno Dumont di “Twentynine Palms” o il Apichatpong Weerasethakul di “Uncle Boonmee”.

Sergi López è perfetto. La sua interpretazione di un padre che cerca disperatamente la figlia ricorda — e dico con cautela — il Bruno Ganz del Wenders di “Paris, Texas”. Stessa solitudine ostinata, stessa capacità di reggere il primo piano per minuti senza una smorfia. Quando Luis, in una sequenza finale, capisce che la figlia non vuole essere trovata, López lascia che la consapevolezza gli entri dentro senza una lacrima. È cinema vero.

Il deserto come cinema

La fotografia di Mauro Herce (regolare collaboratore di Laxe) è probabilmente la cosa più memorabile esteticamente. Il deserto del Sahara — già filmato da molti, da Antonioni a Herzog — qui è catturato con una sensibilità che ricorda — e dico con cautela — il Pasolini di “Edipo re” girato in Marocco. Niente cartolinismo, niente esotismo, niente turismo visivo. Solo la grande pietra che resiste all’uomo.

C’è una sequenza, intorno al minuto novanta, in cui Luis vede in lontananza un gruppo di giovani danzare attorno a un falò mentre la techno si propaga nell’aria. Laxe filma questa scena per sei minuti senza tagliare. Solo il fuoco, i corpi, la musica, le stelle. È cinema della durata pura.

L’unico difetto è il dispositivo mistico costante. Per chi cerca narrazione classica, il film può risultare oscuro. Per chi accetta il cinema come esperienza prima di tutto, è una piccola gemma.

Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes. Distribuzione italiana: MUBI, autunno 2026.

Pregi

  • Sergi López, attore catalano, in stato di grazia
  • Direzione di Laxe rigorosa e mistica al tempo stesso
  • Fotografia di Mauro Herce visivamente straordinaria

Difetti

  • Tono mistico costante può respingere chi cerca narrazione classica
  • Difficile da vedere fuori dai festival
4.0 su 5

Verdetto

Cinema sensoriale di rara intelligenza. Quattro stelle convinto.